Sanità e Salute

Sanità e Salute

SANITA' E SALUTE

Obiettivi

  • RISTABILIRE IL PRIMATO DELL'ITALIA NELLA SANITA' PUBBLICA

  • CREARE UN UNICO FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO NAZIONALE

  • SVILUPPARE IN MODO MASSICCIO E STRUTTURATO LA MEDICINA DI PROSSIMITA' A DOMICILIO

  • PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE

  • OTTIMIZZARE I TEMPI DI ATTESA NEGLI AMBULATORI

  • ISTITUIRE L'AGENZIA NAZIONALE PER l’Health Technology Assessment

  • RIACCENDERE LA LOTTA ALL'HIV e alle malattie sessualmente trasmissibili

  • ATTUARE ANCHE IN ITALIA LA FECONDAZIONE ETEROLOGA

  • BASTA CON LE FILE DI ATTESA E BASTA FAR PAGARE GLI ITALIANI 2 VOLTE

  • VALORIZZARE MEDICI E INFERMIERI

  • APPLICARE LA SPESA STANDARD DELLE REGIONI PIU' EFFICIENTI

Programma

INDICE - Clicca e ti porta subito al capitolo

RISTABILIRE IL PRIMATO DELL'ITALIA NELLA SANITA'

RISTABILIRE IL PRIMATO DELL’ITALIA NELLA SANITA’

C’è stato un tempo in cui l’Italia era ai primi posti al mondo come sistema sanitario. Il nostro fiore all’occhiello, il nostro orgoglio. Un sistema sanitario nazionale (SSN) gratuito e universale per tutti, di qualità e all’avanguardia.

Purtroppo però negli ultimi anni, la nostra politica l’ha abbandonato sempre di più a sè stesso, e in molti casi l’ha volutamente debilitato, indebolito, impoverito, forse anche apposta per spingere le persone ad affidarsi sempre di più alle cliniche e agli studi privati (spesso fatti da medici che lavoravano o lavorano presso gli ospedali pubblici). Questo tra le altre cose ha portato, oltre a frustrazione e rabbia da parte dei cittadini, un abbassamento della qualità generale del servizio, liste d’attese enormi, carenza di personale medico e perfino ad un fuggi fuggi generale di medici ed infermieri verso strutture private o perfino verso ospedali pubblici all’estero dove valorizzano meglio la sanità pubblica e pagano pure meglio i loro dipendenti. Al tempo stesso il poco personale rimanente è spesso costretto a turni estenuanti che a lungo andare non gli permette di fare bene il proprio lavoro.

Noi di Riforma e Progresso vogliamo assolutamente riportare il sistema sanitario nazionale agli antichi splendori, anzi, vogliamo rinforzarlo, ammodernarlo e potenziarlo. Non solo, vogliamo togliere le lacune e le inefficienze che si sono create in anni di superficialità e impoverimento e, soprattutto, vogliamo che il SSN diventi davvero nazionale, cioè che dia la stessa qualità e lo stesso livello di cure e di tutela della salute in ogni regione d’Italia!

Secondo noi è giusto far gestire ad ogni Regione la Sanità, però è anche giusto creare controlli e regole standard uguali per tutti in modo che non ci siano sprechi, disuguaglianze e nemmeno troppa “soggettività politica regionale” che mette mano a dirigenza e gestione della sanità seguendo a volte logiche più politiche che pratiche e qualitative.

Come ha scritto Quotidianosanità.it nell’articolo “Il lento declino del Ssn”: In 10 anni tagliati 200 ospedali, 45 mila letti, 10 mila medici e 11 mila infermieri.

È migliorata l’appropriatezza delle cure e ci sono nuove tecnologie, per cui si ricovera di meno. E sono anche cresciute (poco) le strutture territoriali ma è purtroppo sotto gli occhi di tutti in questo periodo di emergenza che gli investimenti in sanità negli ultimi 10 anni sono stati inadeguati (nonostante il fondo sanitario tra il 2007 e il 2017 sia cresciuto di 15 miliardi).

Quindi tagliando 10 medici e 11 infermieri (e non pagando più costi e manutenzione a strutture che sono state chiuse, come i 200 ospedali), la spesa sanitaria è comunque cresciuta di quasi 15 miliardi di euro.

Sicuramente è perché sono aumentate il tipo di cure, e le malattie mutuabili che una volta non rientravano nella mutua. Sicuramente sono stati acquistati macchinari e farmaci di ultima generazione che hanno aumentato la qualità delle cure.

Ma in tutto questo, non si è tenuto conto che se la qualità delle cure migliora, ma poi non ci sono spazi e personale medico dove curarsi, dove sta il miglioramento?

Anche perché questo ha portato a file lunghissime d’attesa, a viaggi più lunghi dei pazienti per raggiungere ospedali più lontani (visto che i 200 chiusi erano quasi tutti in zone rurali e secondarie che coprivano un ampia fetta di popolazione.

Ci sono meno posti letto, meno terapie intensive (e gli italiani se ne stanno accorgendo adesso con il Covid-19 di quanto sia importante averne). Quindi alla fine la “migliore qualità” così applicata non viene percepita da tutti come qualità, e anzi, ha inficiato la “quantità” che resta un requisito fondamentale visto che si parla di tutela della salute universale per tutti e gratuita.

Dobbiamo quindi tornare a riavere come minimo il numero di medici e infermieri che avevamo prima, ma poi anche assumerne di più per due motivi:

1). Con gli anni che passano ci sono sempre più anziani rispetto al passato e la gente, grazie a Dio, vive sempre più a lungo negli anni, e quindi c’è più fabbisogno da parte dei pazienti privati.

2). Per colpa del blocco del turn over, per la cattiva gestione del numero di ingresso di studenti a medicina e infermieristica, per colpa della cattiva gestione del personale (che spesso è costretto emigrare all’estero per situazioni lavorative migliori) e per una serie di altri motivi e variabili, ci troviamo a corto di medici ed infermieri. Sia medici specializzati in determinate cose (come ad esempio medici specializzati per gestire e lavorare in un centro trasfusionale e di plasmaferesi ad esempio), sia medici di famiglia (medici di base di medicina generale) che stanno invecchiando e molti di loro sono prossimi alla pensione e che non verranno del tutto rimpiazzati (nel 2023 ne andranno in pensione 21.000 e solo un terzo verrà sostituito. Chi rimane si troverà a gestire anche 2.000 pazienti. Risultato? Visite lampo, studi di provincia fantasma. E una popolazione anziana che rischia di non ricevere cure adeguate).

Serve quindi strutturare risorse, persone, università in modo che sfornino quanto prima più medici ed infermieri possibile, e bisogna assumerne in massa per rimpolpare ospedali, ambulatori e soprattutto, le visite domestiche per rafforzare le visite mediche territoriale extra ambulatoriali.

Serve poi che ogni Regione rivaluti l’apertura di vecchi e piccoli ospedali, in modo da utilizzarli ad esempio come poliambulatori, centri di analisi e raccolta, centri di primo soccorso, e luoghi di visite specializzate semplici ma di uso comune e quotidiano per anziani e bambini ad esempio, in modo da decongestionare gli attuali ospedali aperti.

Ovviamente, mentre stiamo scrivendo questo programma, l’attuale Governo 2020 è alle prese con la gestione Corona Virus e parla di riforme, fondi, assunzioni, miglioramenti al sistema sanitario. Sperando facciano qualcosa di buono, aggiorneremo numeri e obiettivi nostri a suo tempo quando toccherà a noi essere al Governo

FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO NAZIONALE

FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO NAZIONALE

Il fascicolo sanitario elettronico è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti un assistito da parte di servizi e strutture sanitarie. Ha un orizzonte temporale che copre l’intera vita del paziente, è alimentato in maniera continuativa dai soggetti che prendono in cura l’assistito nell’ambito del Servizio sanitario nazionale e dei servizi socio-sanitari regionali e dal paziente stesso. È a tutti gli effetti una “cartella clinica personale”. Consiste in un profilo accessibile presso un sito web dell’ente competente in cui il cittadino archivia e personalizza la sua storia clinica, mantiene aggiornati i dati di salute e i link (e-Services) ai servizi on line della sanità. (Wikipedia).

Secondo il sito governativo (https://www.fascicolosanitario.gov.it/): Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è lo strumento attraverso il quale il cittadino può tracciare e consultare tutta la storia della propria vita sanitaria, condividendola con i professionisti sanitari per garantire un servizio più efficace ed efficiente. Per attivare il proprio Fascicolo bisogna consultare le modalità adottate dalle singole regioni/province autonome.

Il bello di questa cosa è che ogni italiano avrà per sè e il suo medico, online, la propria situazione sanitaria, gli esami che ha fatto negli anni, ecc. Ogni medico in ogni regione dovrebbe essere in grado di leggere e valutare i documenti. Questo permette un’interconnessione e trasmissione dei dati tra ASL, medici di famiglia, farmacie, ecc.

C’è un problema però: ogni regione attiva il servizio come vuole, in mille modi diversi l’uno dall’altro, alcune regioni devono ancora attivarlo e in molte regioni, molte persone non sono ancora attivate perché non sono informate, non sanno come fare, e bisogna aspettare che ogni cittadino si prenda la briga di arrangiarsi. Come se non bastasse, in molte regioni, creano una moltitudine di siti web diversi per fare o richiedere cose invece collegate (ad esempio, in veneto c’è un sito per vedere i propri referti ed analisi, ma solo alcuni di alcune tipologie (e ha anche la sua versione app), mentre poi per richiedere ricette devi entrare in un altro sito diverso (che non ha la versione app).

I siti non comunicano tra loro, sono complessi da usare, e ogni regione fa un pò come gli pare.

Noi di Riforma e Progresso vogliamo migliorare e implementare questo sistema:

  • Creare un unico sito web, con un unica interfaccia, disponibile con un unica APP, che sarà identica per tutti, in tutte le Regioni d’Italia.
  • Da quel unico sito (e app) unici, e identici per tutti, ogni utente potrà vedere e fare qualunque cosa a livello sanitario.
  • Ogni utente potrà PRENOTARE visite al proprio CUP (presso le proprie sedi) della propria ASL oppure decidere di chiedere una visita da qualche altra parte in quanto riuscirà a vedere che ci sono date libere e posti disponibili migliori in sedi e ospedali più distanti da casa ma comunque nel territorio. Ci sarà un calendario che ti manda la notifica per mail e sul cellulare ricordandoti scadenze, visite prenotate, ecc.
  • Ogni utente potrà visualizzare i propri documenti, analisi, prescrizioni, ricette, documenti delle visite, ecc.
  • Ogni utente potrà contattare il proprio medico di base.
  • Ogni utente potrà ricevere e quindi inviare poi al proprio datore di lavoro l’impegnativa del medico.
  • Questo sito/app sarà raggiungibile o direttamente o cliccando un pulsante link all’interno dell’universale sito SERVIZIOALCITTADINO che creeremo (vedi altri programmi).
  • Ogni medico e struttura sanitaria, potrà accedere a tale cartella virtuale e vedere tutte le info sanitarie del paziente.

Tutto questo e tanto altro ancora. Solo per farvi capire che vogliamo creare un unico sistema integrato, che comunica con tutti i comparti sanitari d’Italia e permette ai cittadini di fare e richiedere tutto in un unico sito/app. Facile, unico, veloce, e identico per tutti gli italiani.

Noi di Riforma e Progresso vogliamo migliorare e implementare questo sistema:

Creare un unico sito web, con un unica interfaccia, disponibile con un unica APP, che sarà identica per tutti, in tutte le Regioni d’Italia.

Da quel unico sito (e app) unici, e identici per tutti, ogni utente potrà vedere e fare qualunque cosa a livello sanitario.

Ogni utente potrà PRENOTARE visite al proprio CUP (presso le proprie sedi) della propria ASL oppure decidere di chiedere una visita da qualche altra parte in quanto riuscirà a vedere che ci sono date libere e posti disponibili migliori in sedi e ospedali più distanti da casa ma comunque nel territorio. Ci sarà un calendario che ti manda la notifica per mail e sul cellulare ricordandoti scadenze, visite prenotate, ecc.

Ogni utente potrà visualizzare i propri documenti, analisi, prescrizioni, ricette, documenti delle visite, ecc.

Il sito/app diventerà lo strumento unico di gestione dei pagamenti verso il SSN assicurando non solo trasparenza, facilità di pagamento e tracciabilità delle prestazioni, ma anche strumenti di ottimizzazione fiscale automatici capaci di segnalare possibili detrazioni ed esenzioni sulla base delle spese sanitarie dichiarate.

Ogni utente potrà contattare il proprio medico di base

Ogni utente potrà ricevere e quindi inviare poi al proprio datore di lavoro l’impegnativa del medico

Questo sito/app sarà raggiungibile o direttamente o cliccando un pulsante link all’interno dell’universale sito SERVIZIOALCITTADINO che creeremo (vedi altri programmi).

Ogni medico e struttura sanitaria, potrà accedere a tale cartella virtuale e vedere tutte le info sanitarie del paziente

Tutto questo e tanto altro ancora. Solo per farvi capire che vogliamo creare un unico sistema integrato, che comunica con tutti i comparti sanitari d’Italia. Facile, unico, veloce, e identico per tutti gli italiani.

MEDICINA DI PROSSIMITA' A DOMICILIO

MEDICINA DI PROSSIMITA’ A DOMICILIO

Visite e cure a domicilio

In passato era più frequente che i medici di famiglia e gli infermieri passassero per le case degli ammalati, per visitarli e curarli o medicarli. Con il tempo, per colpa dei tagli e di tutti i problemi della sanità, questo efficiente ed utile sistema è andato via via scemando purtroppo.

Questo sistema permette molti benefici:

Evita l’ammassamento negli ospedali (con conseguenti liste di attesa e perdite di tempo)

Fa sì che anziani e malati particolari possano evitare rischi rimanendo invece a casa tranquilli e al sicuro (evitando spostamenti, contatti con altri malati, ecc.)

Eviterebbe di dover andare in ospedale o in ambulatorio per qualunque cosa, relegando a quei luoghi soltanto visite specialistiche e cure particolari che non possono venir fatte a casa

Anche perché questa sarebbe la più naturale conseguenza dei vari tagli e cambiamenti attuati dalla politica negli anni. Creare cioè una struttura di medici e infermieri a domicilio per fare visite e curare. Ovviamente in tutto questo si deve aggiungere anche l’ulteriore servizio di TELEMEDICINA, ovvero il poter essere “visitati” a distanza, parlando col proprio medico tramite video, telefono, chat, ecc. (per cose ordinarie e non gravi ovviamente).

Questo tipo di progetto, specie durante i tempi del corona virus, è stato messo più o meno in moto dalla politica, da qualche Regione, solo che è ancora (ad oggi) ben lungi dall’essere davvero attivato e messo in moto, e soprattutto, in modo diretto, universale, ed omogeneo in tutto il territorio nazionale.

Cosa ne pensa il settore medico ed infermieristico di questo sistema e quali soluzioni prevede? Sono tutti d’accordo e anzi pensano tutti sia auspicabile per migliorare il sistema sanitario, implementare la “quantità” oltre che la qualità, ridurre liste d’attesa, evitare che la gente vada in ospedale e al pronto soccorso per niente, o che vada ad intasare gli ospedali.

Riportiamo alcuni commenti fatti dai rappresentanti di varie categorie del settore (da un articolo di quotidianosanità – https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?approfondimento_id=11676):

Una rete di specialisti ambulatoriali, medici di famiglia e pediatri per garantire ai cittadini un’efficiente assistenza sanitaria sul territorio ed evitare il ricorso inutile alle strutture ospedaliere, con un possibile snellimento delle liste d’attesa. È la cosiddetta ‘Specialistica di Comunità’, tema al centro della tavola rotonda organizzata dal SUMAI Assoprof, all’Hotel Billia di Saint Vincent, “anteprima” del 51esimo Congresso nazionale dello sindacato degli specialisti ambulatoriali. All’incontro hanno partecipato infermieri, medici ospedalieri, medici pediatri, aziende sanitarie, medici di famiglia e membri del Parlamento.

“Proponiamo di portare al centro quella che è la ‘sanita’ di prossimità’ cioè l’assistenza sanitaria di primo livello dove vive e lavora il cittadino” ha spiegato Antonio Magi, segretario generale del Sumai Assoprof.

Ripensare l’organizzazione del lavoro e delle professioni nel SSN in una chiave nuova, che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio. Ne ha parlato il sociologo Ivan Cavicchi moderatore della tavola rotonda. “Questo confronto introduce un elemento nuovo – ha spiegato – non usa il concetto tradizionale di territorio ma usa il concetto nuovo di comunità. Il territorio è un concetto di spazio, la comunità è un soggetto sociale.

Ridefinire le professioni, i servizi, l’organizzazione del lavoro rispetto al territorio è un conto, ridefinire le stesse cose rispetto ad un soggetto, a una collettività è un altro conto. Quindi la novità di questo congresso e ripensare la professione in termini comunitari. La comunità- ha continuato Cavicchi- non è niente altro che un modo attraverso il quale io medio le regole generali che valgono per tutta Italia con le specificità della comunità, con i suoi bisogni specifici, cioè l’unico modo a partire dal quale io posso essere sia un servizio nazionale che un servizio comunitario. Per fare questo- ha concluso- bisogna usare la comunità e le sue caratteristiche per ripensare le professioni l’organizzazione del lavoro e servizi in un ambito comunitario se tutto funziona le liste d’attesa dovrebbero essere fisiologicamente vicine allo zero”.

Gli infermieri auspicano di poter presto realizzare insieme ai medici modelli innovativi che comprendono anche l’infermiere di comunità”. È quanto ha affermato Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI.” L’assistenza territoriale, l’assistenza di prossimità, lo sviluppo di modelli organizzativi che vadano incontro ai bisogni dei nostri cittadini- ha spiegato Mangiacavalli- richiedono una sinergia e una coesione di figure professionali, che sono soprattutto il medico e l’infermiere. Il lavoro di territorio- continua- è un lavoro di equipe, ognuno può dare un contributo peculiare rispetto alla tipologia dei bisogni assistenziali e allora c’è un momento di inquadramento clinico diagnostico del cittadino da parte del medico di famiglia o dello specialista ambulatoriale, ma c’è anche un momento di organizzazione e di creazione della rete di continuità delle cure e dell’assistenza. E qui noi ci candidiamo ad essere partner con i medici territoriali, perché’ la formazione degli infermieri ci aiuta a svolgere il ruolo di collante tra i diversi professionisti”.

Per Paolo Biasci presidente Fimp,”il territorio va rafforzato come tutti i documenti sanitari hanno sempre promesso di fare. Speriamo che ci sia la possibilità di mettere in atto questa programmazione che credo ci permetterà di risparmiare perché lasciamo ai secondi e terzi livelli ospedalieri solo l’intervento sulle patologie più complesse e riusciamo a fortificare le cure primarie. Questo potrebbe essere veramente un obiettivo raggiungibile”.

Ovviamente per creare questo sistema il nostro Governo dovrà lavorare intensamente assieme alle Regioni.

L’importante è creare un unico grande sistema che funziona, in ugual modo ovunque, in tutta Italia.

Serve creare e assumere medici e infermieri il cui lavoro è quello di fare visite, controlli, cure a distanza. Dotandoli di stanze, uffici da usare come base e magazzino, ma il cui lavoro sarà quello di girare in auto per tutto il loro territorio, andando a visitare i pazienti direttamente a casa, ad orari prestabiliti (attraverso prenotazioni).

Potranno avere anche orari che gli permettono di rimanere un tot di ore in ufficio o a casa e rispondere ai pazienti tramite Whatsapp, o a telefonate ad esempio.

Serve creare personale flessibile, in linea con i tempi.

PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE

Serve incentivare l’uso della riabilitazione al posto delle operazioni chirurgiche (ove possibile). Le operazioni chirurgiche molto spesso, per questioni di postura o problemi risolvibili con fisioterapia, sono costosi e pericolosi e a volte non risolvono il problema o solo in parte. Con la fisioterapia e pratiche riabilitative si cura, e spesso previene, e costa meno “al sistema sanitario” e alle persone, rispetto alle operazioni e all’assunzione di farmaci.

Serve potenziare la figura di psicologi e psicoterapeuti che gratuitamente (tramite il SSN), aiutino le persone a prevenire patologie mentali che se non curate possono portare a degenerazioni e patologie. Come ad esempio l’anoressia, la bulimia (i Disturbi del Comportamento Alimentare), ma anche altre patologie psichiatriche. Questo deve essere fatto prima di tutto nelle scuole. Oltre (che alle ore di eduzione sessuale che introdurremo nelle scuole) ci saranno anche dei brevi corsi ma ripetuti nei vari anni di medie e superiori che tratteranno questo tema con specialisti, dove poi, eventualmente, se qualche studente avesse bisogno di sedute private, grazie a questi corsi a scuole, avrà i contatti per poter iniziare un percorso di guarigione più informato.

Serve altresì creare programmi di screening e studio delle possibilità preventive della depressione e dell’ansia negli adolescenti tramite l’individuazione precoce di fattori di rischio familiari e sociali Implementazione standardizzata della pet therapy nelle strutture riabilitative, apertura dei canili al pubblico ed ai progetti di pet therapy e reinserimento sociale, nonché promozione di misure che favoriscano l’accesso agli animali domestici come sgravi fiscali sulle cure essenziali degli animali.

Serve informare la gente e curarla sul nascere, anche sulle patologie legate all’alcool, all’suo di droghe, alla ludopatia, ecc. Serve creare circoli di incontro, sedute con specialisti dove chiunque possa capire e affrontare il proprio problema.

Si deve iniziare con la formazione nelle scuole in modo da insegnare già ai ragazzi la possibilità di poter affrontare privatamente questi problemi, e magari come riconoscerli, dandogli un infarinatura generale durante ore dedicate a scuola.

ISTITUIRE E INCENTIVARE IN TUTTA ITALIA UN BUON ESEMPIO VENETO – LE PALESTRE DELLA SALUTE

Con l’art. 21 della L.R. 8/2015 e successive modifiche, la Regione del Veneto ha inteso istituire le “Palestre della Salute”.

Si tratta di strutture che, oltre ad ospitare le normali attività di palestra, presentano appositi requisiti -identificati dalla Regione- che le rendono idonee ad accogliere cittadini con patologie croniche non trasmissibili stabilizzate (cardiopatici, broncopneumopatici, diabetici, nefropatici…) nello svolgimento di programmi di esercizio fisico prescritti dal medico.

Non si tratta, dunque, di un’attività riabilitativa, ma della possibilità di fare dell’esercizio fisico tarato alla propria condizione con caratteristiche che lo rendono idoneo ad ottimizzarne i benefici ricavati in termini di salute, minimizzando i possibili rischi. Con il programma 1.M3 “Prescrizione dell’esercizio fisico”, infatti, la Regione sta sensibilizzando i medici del SSR a prescrivere esercizio fisico al cittadino con cronicità, così che –dopo le opportune valutazioni- questi possa affiancare alla terapia medica in atto anche il “farmaco” esercizio, che ai dosaggi correttamente individuati dal medico, contribuisce a fornire ulteriori effetti protettivi, riducendo il rischio di riacutizzazioni di malattia e nuove ospedalizzazioni.

In base alla stratificazione del rischio correttamente operata, la prescrizione dell’esercizio potrà essere effettuata dal proprio medico curante (in soggetti a rischio cardiovascolare lieve-moderato) o dallo specialista (rischio elevato, patologia cronica conclamata) seguendo diverse modalità operative.

Sul modello Veneto, inserendo tale pratica nei Livelli essenziali di Assistenza (LEA). L’implementazione di politiche atte a promuovere l’attività fisica e lo sport nella popolazione, oltre a tutti i risultati in termini preventivi, ha ricadute positive sul benessere psico-fisico generale e può aiutare la socializzazione di gruppi fragili come gli anziani o altre categorie svantaggiate socio-economicamente. Inoltre, riduce i costi di assistenza per il SSN aumentando l’autonomia degli anziani, prevenendo l’insorgenza di patologie cardiovascolari, migliorando l’outcome dei pazienti con tali patologie e riducendone la morbilità Incentivare i comuni a creare palestre gratis all’aperto e al chiuso – Benessere psicofisico: riqualificazione urbana tramite la bonifica di parchi ed aree verdi dotate di efficace illuminazione notturna ed attrezzi.

Incentivare nei comuni piccole aree coltivabili in concessione, fondamentali per mantenersi attivi soprattutto nella terza età e per i progetti riabilitativi psichiatrici.

Questo può essere a sua volta incentivato anche creando detrazioni fiscali ai cittadini per le spese sanitarie o sconti su corsi sportivi, sull’utilizzo di piscine, palestre e l’acquisto di materiale sportivo, in particolare quelle preventive, per l’adesione ai programmi di screening e di prevenzione; Aumento dell’IVA (e portarla a quella standard del 22%) sugli alimenti non sani, compresi i grassi saturi, gli acidi grassi trans e gli zuccheri lavorati e bevande zuccherate.

Serve altresì sensibilizzare di più la popolazione (tra TV e pubblicità nazionale) ma soprattutto nelle scuola, all’importanza di donare sangue, organi e midollo osseo. Questo oltre che aiutare gli altri aiuta le persone ad essere più consapevoli e cercar di vivere una vita più sana e sicura a livello psico-fisico.

OTTIMIZZARE I TEMPI DI ATTESA NEGLI AMBULATORI

OTTIMIZZARE I TEMPI DI ATTESA NEGLI AMBULATORI

RICETTE

Molti pazienti vanno in ambulatorio solo per farsi fare delle ricette, e magari sempre le stesse reiterate nel tempo. Grazie all’unico sito/app di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, sarà possibile richiedere online qualunque ricetta al proprio medico.

Renderemo quindi OBBLIGATORIO IN TUTTA ITALIA, IN TUTTE LE REGIONI E PER TUTTI, LA POSSIBILITA’ DI FARSI FARE LE RICETTE DAL MEDICO VIA ONLINE TRAMITE UNA APP/SITO APPOSTA. I giovani e i lavoratori non possono perdere mattine o giornate in ambulatorio per farsi fare le solite ricette di cui hanno bisogno. Se c’è bisogno di una prima visita fisica la si fa poi si farà solo online la reiterazione delle ricette.

Il medico si prenderà delle ore ogni giorno durante le ore lavorative, da dedicare alle richieste di creazione delle ricette man mano che gli arrivano, durante il proprio orario di lavoro.

DIVIDERE I TEMPI TRA ANZIANI E GIOVANI:

Un altro annoso problema, già gli ambulatori sono pochi, i medici ancora meno e con sempre meno ore a disposizione (cosa, come abbiamo detto, cambieremo una volta al Governo), ma se in tutto questo, per di più, c’è un intasamento di pazienti che hanno urgenze e disponibilità di tempo, crea ancora più tempi d’attesa.

Quindi proponiamo di creare 2 turni per i pazienti dei medici di famiglia in tutti gli ambulatori d’Italia:

Tutti i LUNEDI, i MERCOLEDI e i VENERDI saranno riservati agli under 67 (ovvero, lavoratori, studenti, giovani)

Tutti i MARTEDI e i GIOVEDI saranno invece dedicati agli anziani pensionati over 67 anni.

Ovviamente ogni regione ed ambulatorio può crearsi autonomamente maggiore flessibilità (magari divisa tra mattine, pomeriggi e sere). L’importante è tenere il più possibile separate le persone per queste due età in quanto gli anziani, oltre ad avere urgenze e necessità diverse dai più giovani, hanno più buon tempo, non hanno limiti di tempo da rispettare e spesso, anche se non serve, vanno molte volte in ambulatorio, anche per sciocchezze, a volte perfino soltanto per “avere qualcosa da fare per passare il tempo”, e quindi non devono intasare gli ambulatori a persone che invece ci vanno per bisogno e hanno il tempo contato perché devono lavorare, studiare, star dietro ai figli, ecc.

Ovvio, grazie all’implementazione della medicina di prossimità e della telemedicina, questa cosa sarà di molto attenuata, ma almeno creerà più ordine.

Tra l’altro, specie in periodi di corona virus e pandemie, è meglio lasciare gli indifesi anziani il più distaccati e lontani possibile da giovani e lavoratori che hanno più rischio, per via delle loro attività quotidiana, a contrarre e passare agli altri i virus.

E' UNA QUESTIONE DI SOLDI

E’ UNA QUESTIONE DI SOLDI

Come tutti sappiamo, fare tutte queste belle cose (aumentare il personale di medici ed infermieri), creare un sistema di medicina territoriale a domicilio, per aumentare le strutture sanitarie e i posti letto, servono soldi.

Serve reimmettere per lo meno i soldi che son stati tolti alla sanità in tutti questi anni, per l’esattezza, come indicano nel rapporto Gimbe 2019 (4° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale), in 10 anni, dal 2009 al 2019 sono stati tagliati 37 miliardi di Euro di fondi pubblici al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) (https://salviamo-ssn.it/var/uploads/contenuti/allegati/4_Rapporto_GIMBE_Sostenibilita_SSN.pdf)

Teniamo presente però che attualmente, la spesa sanitaria pubblica rappresenta una grossa fetta del budget pubblico del bilancio dello Stato, per una cifra pari a quasi, per il 2020, 120 miliardi di euro.

Quindi rappresenta la seconda voce di spesa pubblica più gravosa ed importante per le casse dello Stato, dopo quella per pensioni e previdenza.

In sostanza, negli ultimi 10 anni, si son tagliati circa 3,7 miliardi di Euro l’anno, tenendo conto dei saltuari, di tanto in tanto, incrementi attuati da qualche governo.

In teoria nel 2020 a causa del Corona virus e grazie a nuovi fondi europei creati appositamente per combattere le cause del covid, molte risorse verranno utilizzate per migliorare qua e la il sistema sanitario nazionale.

Ma qui arriva il secondo problema, come ogni cosa in Italia, SI SPENDE MALE.

Ovvio non sempre, non si deve generalizzare, ma spesso i fondi pubblici sono stati e vengono tutt’ora sprecati.

Ricapitolando, come minimo si dovrebbe aumentare il bilancio della sanità di almeno 37 miliardi e questi fondi si possono cercare in 2 modi:

– Razionalizzando e utilizzando bene o meglio le già attuali risorse che vengono usate da Stato e Regioni per la sanità

– Ricavare risparmi che arrivano da un migliore e più efficiente sistema di acquisto di beni e servizi da parte del SSN stesso (il famoso esempio della siringa che ha costi diversi e gonfiati da regione a regione), fondi risparmiati da poter riutilizzare poi per lo stesso SSN per assumere personale, aumentare posti letto, ecc.

Per fare queste cose serve tempo (come abbiamo descritto nel Programma Enti Locali e P.A.), ma darà sicuramente risultati già dopo 1 anno dalle riforme e nel giro di 5 anni si possono ricavare anche più di 7 miliardi di euro di risparmi da poter riutilizzare per cose diverse sempre all’interno della sanità.

Ovvio, questo non sarà sufficiente, e per dare un piccolo ma importante segnale, vogliamo destinare alla sanità, al SSN, quando saremo al Governo noi di Riforma e Progresso:

1,7 miliardi di Euro

Questo fondi andranno alle Regioni soltanto ed esclusivamente, vincolati, per assumere MEDICI ED INFERMIERI.

Non è molto, ma considerando che quei pochi governi che negli ultimi anni hanno aumentato risorse alla sanità, lo hanno fatto con somme di 2 o 3 miliardi per volta.

Se si sommano gli oltre 7 miliardi in cinque anni, derivanti dai risparmi sul sistema degli acquisti di beni e servizi della P.A. (1,4 miliardi l’anno), fanno un totale di circa 3,1 miliardi di euro già al primo anno.

Nel totale in 5 anni incrementeremo di circa quasi 9 miliardi.

Ovvio, non è abbastanza, e appena saremo al Governo del Paese, cioè nella stanza dei bottoni, avremo modo di vedere più da vicino, con precisione millimetrica, dove possiamo attuare ulteriori tagli, risparmi, ecc. da poter investire nella sanità.

Senza contare che grazie a tutte le nostre riforme in tutti i settori vitali della società italiana (economia, lavoro, istruzione, ricerca, ecc.) aumenteremo di molto l’economia, e quindi le entrate economiche per lo Stato, e riducendo il debito pubblico avremo anche meno interessi da pagare ogni anno, ecc.. ecc.. quindi riusciremo di certo ad implementare i fondi per il SNN.

Un piccolo ma buon inizio per mostrare il cambiamento.

Di sicuro, altre risorse riusciremo a razionalizzarle e trovarle direttamente tra gli attuali 119 mld (2020) del bilancio della sanità, spostandole da sprechi e zone improduttive.

Per di più, cercheremo tutti i fondi europei possibili per investirli nello sviluppo sanitario come nell’ammodernamento degli ospedali e nell’edilizia sanitaria.

ISTITUIRE L'AGENZIA NAZIONALE PER l’Health Technology Assessment

ISTITUIRE L’AGENZIA NAZIONALE PER l’Health Technology Assessment

Noi di Riforma e Progresso creeremo l’Agenzia Nazionale per l’Health Technology Assessment, una cosa super importante che serve adesso più che mai (e ce l’hanno già in quasi tutti i Paesi europei)

Che cos’è l’HTA? (fonte alisa.liguria.it): L’Health Technology Assessment (Hta) è la complessiva valutazione multidisciplinare e multiprofessionale delle conseguenze assistenziali, economiche, sociali ed etiche provocate in modo diretto e indiretto, nel breve e nel lungo periodo, dalle tecnologie sanitarie esistenti e da quelle di nuova introduzione.L’attività dell’Hta costituisce un ponte fra ricerca e politica sanitaria, o, più precisamente, una forma di ricerca (secondaria) che utilizza e assembla in modo sistematico informazioni provenienti da ricerche originali (ricerche primarie) al fine di permettere ai policy-maker di prendere decisioni informate e condivise sull’adozione di tecnologie sanitarie. L’Hta non riguarda genericamente la tecnologia in sé, ma l’utilizzo che della tecnologia stessa viene fatto nell’ambito preventivo (es. vaccini, screening di popolazione) diagnostico (analisi biochimiche, genetiche, di diagnostica per immagini, imaging molecolare), terapeutico, (farmaci, dispositivi biomedici, radiologia interventistica), riabilitativo e, infine, di telemedicina (es. telesorveglianza assistita).La valutazione delle tecnologie sanitarie riguarda le modalità d’uso appropriato nella pratica clinica di tutte queste tipologie di intervento e le loro interrelazioni e, perciò, i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali effettivamente operati nella pratica. In sintesi l’Hta si occupa di valutare, in una logica di appropriatezza e sostenibilità delle cure, il contributo di una tecnologia, in assoluto e in relazione ad altre tecnologie disponibili, quando calata in un percorso assistenziale. Per questo motivo è necessaria la collaborazione tecnica di ricercatori esperti di varie discipline (clinici, economisti, epidemiologi, statistici ecc.) unitamente all’intervento gestionale dei decisori.

Visto che questo articolo è stato preso da un istituzione pubblica regionale (ligure), significa che il sistema di HTA tecnicamente esiste già d qualche anni in Italia, ma come appunto molte cose italiche, è stato concepito male e applicato peggio, un sistema importantissimo che aiuterebbe a creare e controllare una migliore gestione manageriale ed organizzativa dell’intero sistema sanitario nazionale, aiutando a capire dove e come gestire meglio le risorse dell’intero sistema.

Come denuncia l’articolo di about pharma (https://www.aboutpharma.com/blog/2020/07/08/health-technology-assessment-la-sihta-propone-unagenzia-nazionale/):

Serve un’agenzia nazionale di Health technology assessment (Hta). Per valutare l’impatto delle nuove tecnologie. Per innovare senza minare la sostenibilità. Per rendere il Servizio sanitario nazionale (Ssn) più efficiente e “accessibile” ovunque. A lanciare l’idea è la Società italiana di Hta (Sihta).

Sistema da rivedere

Anche dall’Oms l’Hta è ritenuto tra gli strumenti fondamentali per garantire sostenibilità, qualità e accessibilità dei servizi sanitari universalistici come ancora oggi dobbiamo essere grati di avere in Italia. Va detto però che l’attuale architettura del sistema che dovrebbe occuparsi di Hta non è stata in grado di rendere disponibile tale importante strumento al decisore politico-istituzionale e manageriale”, piega Pietro Derrico, presidente della Sihta e responsabile della Funzione tecnologie ed Unità di Ricerca Hta and Safety dell’Irccs Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Un’agenzia nazionale ad hoc dovrebbe coinvolgere i diversi attori del sistema, spiega la Sihta in una nota: “Dagli ospedali, la cui esclusione dai processi di Hta abbiamo da sempre ritenuto essere un errore, alle società scientifico-professionali, fino ai produttori di ‘tecnologie’, superando un certo ostracismo nei confronti di questi ultimi che al contrario, devono diventare attori coinvolti, impegnati, leali e proattivi di questo sistema, con l’obiettivo di rendere sempre più sostenibile per il Ssn l’innovazione tecnologica realmente efficace”.

AVREBBE ANCHE AIUTATO A COMBATTERE IL CORONA VIRUS

Un’Hta più efficiente sarebbe stata un alleato prezioso dei sistemi sanitari colpiti dalla pandemia. “La multidisciplinarità e la multiprofessionalità che stanno alla base del metodo Hta – commenta Derrico – avrebbero potuto dare un contributo notevole alla gestione dell’emergenza. Tuttavia, l’attuale sistema di Hta ha dimostrato, attraverso un silenzio assordante, di essere completamente disarmato di fronte a questa crisi”. Soprattutto perché un vero e proprio ecosistema di Hta permetterebbe, secondo gli esperti, di utilizzare criteri robusti e trasparenti per l’allocazione delle risorse e l’ottimizzazione degli investimenti. Sfida cruciale in vista dell’arrivo di nuovi fondi per la sanità.

LOTTA ALL'HIV E ALLE MALATTIE SESSUALMENTE TRASMISSIBILI

LOTTA ALL’HIV E ALLE MALATTIE SESSUALMENTE TRASMISSIBILI

Sono anni che non se ne parla più, se teniamo poi conto che non c’è praticamente più comunicazione né informazione pubblica al riguardo, si capisce del perché le malattie sessualmente trasmissibili stiano aumentando.

 

Serve riportare la comunicazione sanitaria al centro delle questioni sulla salute dei cittadini, e si deve partire dal ricreare sensibilizzazione sulle malattie sessualmente trasmissibili, ma non solo.

Per farlo concentreremo gli sforzi in vari modi:

1). NELLE SCUOLE DELL’OBBLIGO (Medie e Superiori) dove se ne parlerà durante le ore obbligatorie di EDUCAZIONE SESSUALE (tenute da professionisti, per i dettagli leggete il nostro programma Scuola ed Istruzione)

2). PUBBLICITA’ PUBBLICA – Sia spot continui su TV, RADIO, YOUTUBE, sia durante determinate serate e puntate di programmi seguiti dal pubblico (sia su RAI che su TV provate, facendo creare anche spot, talkshow, serate di informazione, ecc.). Sia su internet, online, anche attraverso collaborazioni con Youtuber ed Influencer.

3). COORDINAMENTO PER LA PREVENZIONE HIV – Su modello inglese, creeremo delle collaborazione e cooperazioni assieme ad associazioni di volontari, sparsi per il territorio (magari anche con associazioni già esistenti che si occupano di donazione sangue, organi, midollo, ecc.), che andranno nelle varie città dove sono presenti locali notturni, discoteche, saune, saune gay, centri sportivi e ovunque sia possibile incontrare comunità ad alto rischio (e non) per offrire test per l’Hiv gratuiti, pacchetti contenenti preservativi e lubrificante, distribuire brochure con informazioni riguardanti i diversi modi di prevenire l’Hiv. C’è da dire che negli ultimi tempi l’Hiv si sta diffondendo più tra gli etero che tra i gay (storicamente messi più a conoscenza di continuo su questi argomenti, ci stanno più attenti).

In un’intervista rilasciata nel novembre 2017 a Il Fatto Quotidiano, Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, affermava che “a fronte di un leggero calo delle nuove diagnosi da Hiv nell’ultimo anno, abbiamo però registrato un aumento relativo dei casi proprio tra i giovani con meno di 25 anni; ciò vuol dire che in questa fascia la malattia sta diminuendo più lentamente”. Questo sembra dovuto, secondo Rezza, “a una perdita della memoria generazionale rispetto alla gravità di questa malattia”.

A COMPLICARE LE COSE C’E’ ANCHE UNE LEGGE FATTA CON TROPPI VINCOLI

in Italia un primo limite a una diagnosi non tardiva è dato dalla legge, che forse detiene anche una certa responsabilità per l’aumento dell’infezione tra i giovani. La legge 135 del 1990 stabilisce i criteri normativi in materia di accesso al test diagnostico, di assistenza delle persone affette da Aids e di tutela dei diritti degli individui sieropositivi.

Nonostante ci si possa sottoporre al test Hiv in maniera gratuita previo consenso informato e garantendo la riservatezza dei dati personali di chi si sottopone al test, la legge non prevede al tempo stesso che tutti possano accedervi liberamente.

Le direttive sulla somministrazione del test in Italia, infatti, prevedono che i minori possano sottoporvisi solo previo consenso dei genitori o dei tutori legali. Soltanto i minori emancipati (ossia di almeno 16 anni) non necessitano di tale consenso obbligato. L’unica alternativa che la legge prevede è la possibilità per il minore di fare ricorso a un giudice dei minori, al fine di stabilire se permettere l’accesso al test senza che i genitori o tutori ne vengano a conoscenza. In Italia poter fare un test per l’Hiv in piena riservatezza sembra quindi un calvario per un minore di 18 anni.

In Gran Bretagna, il limite per il test senza consenso dei genitori o tutori è 14 anni e questo consente un maggior controllo della propria salute, nonché diagnosi possibilmente non tardive.

SOLUZIONE: Noi vogliamo portare l’età a 14 anni anche in Italia, in modo che i giovani siano liberi anche in segreto, di andare a farsi analisi senza per forza coinvolgere i genitori (che eventualmente verranno informati solo nei casi di negatività in modo da far affrontare cure e trattamenti).

RICAPITOLANDO: Faremo MOLTA INFORMAZIONE PRECAUZIONALE + DAREMO LA POSSIBILITA’ DI FARSI GLI ANALISI LIBERAMENTE DAI 14 ANNI IN SU’. Tra le altre cose, daremo la possibilità, se si vuole, di ricevere le analisi anche per via telematica, ovvero vederle online (cosa adesso non permessa per colpa delle norme sulla Privacy).

CREARE NORMATIVA E ATTUARE ANCHE IN ITALIA LA FECONDAZIONE ETEROLOGA

CREARE NORMATIVA E ATTUARE ANCHE IN ITALIA LA FECONDAZIONE ETEROLOGA

La fecondazione eterologa con gli spermatozoi di donatore è una pratica che viene svolta in quasi tutti i Paesi europei e non crea particolari problemi. Si tratta di una tecnica molto utilizzata in procreazione medicalmente assistita, tramite la quale si procede alla fecondazione in vitro dell’ovulo con successivo trasferimento dell’embrione nell’utero della donna. La fecondazione eterologa permette alle persone che altrimenti non avrebbero possibilità di avere un figlio, di accedere all’ovodonazione, per coronare così il loro sogno di genitorialità.

L’Italia, tanto per cambiare, è uno dei pochi Paesi rimasti in Europa a NON avere ad oggi alcuna normativa che permetta e regolamenti la fecondazione eterologa.

Ma in Italia attualmente è “tecnicamente” LEGALE, solo grazie alla Corte Costituzionale che nel 2014 ha dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa imposto dalla legge 40/2004 sulla Procreazione Medicalmente Assistita, cioè dicendo che non è costituzionale la legge che vieta queste cose, per logica intende che quindi è lecito. Ma da qui ad avere una normativa che regolamenti, tuteli, supporti questo argomento, ce ne passa.

Le Regioni per conto loro, hanno iniziato quindi a crearsi delle “linee guida” per più o meno trovare un modo di gestire questa disciplina. Serve quindi che lo Stato, una volta per tutte, crei una LEGGE come si deve, che legalizzi, regolamenti, metta ordine e supporti la fecondazione eterologa.

Questo è un argomento importante, sia a livello morale, sia per aiutare e dare la possibilità alle persone di avere figli, sia perché sempre più persone ai giorni nostri, non riescono ad avere figli nella maniera “tradizionale”, sia perché l’Italia ha un estremo bisogno di figli e di nuovi nati (ovvio, questa non è l’unica causa, di cause più importanti e gravose ne parliamo nel programma Welfare e Famiglia).

Poi, c’è un’altra cosa, anni di divieti imposti dalla legge 40 (2004/2014) hanno fatto si che in Italia non ci siano donatori di cellule riproduttive. Diverse sono le strade che si possono intraprendere:

Oltre all’utilizzo di donatori volontari che si sottopongono ad esami e cure mediche al solo fine di donare le proprie cellule, si potranno anche utilizzare ovociti e spermatozoi donati da pazienti che si sottopongono a tecniche di procreazione medicalmente assistita, e che rinunciano ad una parte dei loro gameti a favore di un’altra coppia.

Serve poi creare una INFORMAZIONE, sia a livello sanitario che nelle scuole superiori (durante le ore di educazione sessuale), per spiegare alla gente, al pubblico, che è possibile donare i propri gameti, in modo da iniziare a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Queste sono le soluzioni raccolte da professionisti del settore, e ricapitolate anche in un articolo de Il Fatto Quotidiano: “La pratica in Italia è permessa solo dal 2014. E chi desidera usufruirne arranca ancora tra liste d’attesa e assenza di donatori. La soluzione per gli esperti? Pagare la prestazione e migliorare l’informazione”. (https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/04/fecondazione-eterologa-cresce-del-120-ma-litalia-e-in-ritardo-di-dieci-anni-e-9-gameti-su-10-arrivano-dallestero/4940960/).

Spagnolo, danese, svizzero, ceco, austriaco. Nei figli della fecondazione eterologa fatta da coppie italiane scorre sangue straniero, con buona pace del nazionalismo. I motivi sono vari. Il primo ha a che fare col fatto che, nonostante questa pratica sia permessa dal 2014 e oggi persino inserita nei Lea (livelli essenziali di assistenza), le coppie italiane continuano a partire per l’estero. Lo fanno ancora in migliaia – 7.000 le coppie che hanno usufruito di ovodonazione nei centri spagnoli, anche dopo il 2014 – perché le liste d’attesa ancora lunghe, perché ci sono differenze inspiegabili tra le regioni, perché single e omosessuali non possono accedere. Quelli che non possono andare all’estero a volte ricorrono a pratiche fai da te, e comprano lo sperma sul web, come racconta un donatore anonimo che questo “lavoro” lo fa da dieci anni, tramite una pagina Facebook.

Il problema principale, che spiega anche anche la lentezza dei tempi per accedere all’eterologa, resta soprattutto uno: mancano drammaticamente i donatori di gameti, cioè sperma e soprattutto ovociti, italiani.

Pagare i donatori? Gli esperti dicono sì

La maggior parte degli esperti non ha dubbi: il problema è nei i mancati rimborsi alle donatrici, visto che la circolare del Ministero che ha stabilito le modalità di applicazione della fecondazione eterologa ha deciso che la donazione debba essere gratuita e ogni forma di rimborso illegale. In molti paesi esteri, invece, è previsto un rimborso di 2-300 euro per lo sperma, mentre per gli ovociti – per il cui prelievo occorrono, secondo il New England Medical Journal, 56 ore di tempo – si va dalle 750 sterline inglesi ai 900 euro in Spagna, ai 627 del Portogallo e circa 600 in Francia. “È come se fosse disponibile un’auto, ma senza benzina”, ha detto nello scorso aprile Gianni Baldini, docente di Biodiritto all’Università di Firenze e direttore della Fondazione Pma Italia. “Il fatto che non siano consentiti rimborso dei costi, delle spese e la copertura per l’assenza dal lavoro rende obbligatoria l’acquisizione di gameti da banche straniere a prezzi rilevanti, alimentando le liste di attesa”. Stesso allarme è stato lanciato dal gruppo di lavoro incaricato dalla Conferenza Stato Regioni di seguire in Italia l’applicazione della legge sulla fecondazione assistita, che si è riunito il dicembre scorso. Secondo il coordinatore del gruppo Carlo Foresta, andrologo dell’università di Padova, se non si trova una soluzione “le coppie italiane saranno sempre svantaggiate” perché dovranno importare dall’estero gameti, soprattutto ovociti, la cui qualità “non è sempre garantita e rischia di essere compromessa dal trasporto”.

Manca una cultura della donazione tra il pubblico (sia femminile che maschile) + il mancato pagamento della donazione, rendono l’Italia povera di donatori.

Noi di Riforma e Progresso nella nostra riforma, oltre che a fare continua formazione, oltre che regolamentare e supportare questa disciplina, creeremo un sistema dove i donatori idonei potranno ricevere un pagamento (di 200 euro ad esempio), seguendo gli usi di tutti gli altri Paesi europei. Perché donare sperma o ovociti non è come donare sangue o organi o midollo osseo (che servono di continuo per salvare vite). Avere figli è una scelta, richiede fatica, tempo, e decisioni. Anche donare richiede volontà e tempo, quindi è giusto incentivare tale donazione (soprattutto all’inizio per dargli la spinta di via), riconoscendo un piccolo contributo.

Vogliamo infine, rendere possibile la fecondazione eterologa anche per i single e coppie gay (anche perché già è possibile per loro farlo adesso all’estero, e vietarlo in Italia non fa altro che continuare a farglielo fare all’estero, senza contare che anche loro hanno diritti (e doveri) come chi fa coppia o chi è etero).

BASTA CON LE FILE D'ATTESA E BASTA FAR PAGARE GLI ITALIANI 2 VOLTE

BASTA CON LE FILE D’ATTESA
E BASTA FAR PAGARE GLI ITALIANI 2 VOLTE

E’ uno dei problemi della sanità italiana più sentito dai cittadini. Non è possibile dover attendere settimane o perfino mesi per una visita medica, per un’operazione o altro.

Questo è un problema grave in quanto genera un paradosso, un controsenso: una persona va in ospedale perché ha un bisogno, sta male nell’immediato, ha una preoccupazione, e quindi non deve essere obbligato ad aspettare settimane o mesi, altrimenti l’immediatezza non ha più senso.

Ovvio, nessuno pretende tutto e subito, per le emergenze c’è il pronto soccorso, stiamo parlando delle normali visite specialistiche, analisi, operazioni varie.

Negli anni questo ha creato un problema, nonché un’ingiustizia in quanto, pur avendo una sanità universale e pubblica, ci si trova spesso obbligati a:

– Ricorrere a strutture e cliniche private (per cose che potremmo benissimo fare in quelle pubbliche ma che però ci obbligherebbero ad aspettare troppo)

– Spendere più soldi in quanto le strutture private costano di più ovviamente. Ci si ritrova quindi presi in giro, in quanto noi italiani con le nostre tasse già paghiamo il sistema sanitario pubblico, ma poi ci tocca, per ricevere quello di cui abbiamo bisogno (e che già paghiamo con le tasse), SPENDERE UNA SECONDA VOLTA per ricevere tali cose da strutture private.

Oltre al danno la beffa: Spesso non serve nemmeno andare in strutture private, ma spendendo quasi uguale, si pagano le visite “in privato” ai medici pubblici che lavorano negli ospedali. E’ la cosiddetta “intra moenia”. Ovvero, si paga il medico statale (già pagato con le tasse), a farti la stessa visita che ti avrebbe comunque fatto con il pubblico, ma te la fa da “privatista” dove lo si paga, parte dei soldi sono suoi parte vanno all’ospedale che lo ospita (quindi la sanità richiede ulteriori soldi direttamente agli stessi contribuenti che già pagano le tasse), il tutto PUR DI VENIRE VISITATI SUBITO IN POCHI GIORNI!

Quindi significa che PAGANDO extra, ricevi dalla sanità pubblica la stessa cosa ma senza aspettare troppo tempo! Un sistema secondo noi inconcepibile e grottesco!

Questo sistema ha tra l’altro creato tra l’altro una sorta di schiavitù dei medici”: i medici in Italia, rispetto ai colleghi europei, sono pagati poco. Quindi gli ospedali (il sistema sanitario), sapendo di essere in colpa, ha iniziato a dare ai medici, se vogliono, la possibilità di lavorare qualche ora in più ogni giorno, ma guadagnando di più grazie ai soldi extra dei pagamenti dei pazienti, dove ovviamente anche l’ospedale ci deve guadagnare qualcosa visto che mette gli spazi e il servizio di contorno (lo stesso identico che già mette nelle altre ore di normale lavoro pubblico quotidiano).

E’ un sistema da strozzini, letteralmente si froda legalmente il contribuente, mazziandolo due volte!!

Ovvio, la colpa non è dei poveri medici né degli ospedali, è colpa della politica!! La politica e i nostri governanti che per anni hanno distrutto, impoverito e tagliato la sanità. Spesso hanno messo in piedi sistemi dove si sprecano pure un sacco di risorse.

Alla fine il sistema, gli ospedali, e i politici stessi, pur di salvare il salvabile, stare in piedi e continuare a dare sanità a tutti e garantire il livello assistenziale, si son dovuti inventare delle soluzioni per rimanere in piedi.

Non accorgendosi però che così facendo, allontanano i cittadini dal pubblico, perché se devono pagare, tanto vale che vadano in strutture private dove spesso, anche il servizio di contorno, la cortesia, la gestione delle cose, l’efficienza è migliore.

Approfondendo, esisterebbe anche un controllo sulla gestione dell’intra moenia. come riporta un articolo del Sole24 Ore di Tonino Aceti (coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva) (https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/lavoro-e-professione/2018-03-07/intramoenia-fuori-controllo-solo-11-regioni-hanno-attivato-organismo-verifica–123738.php?uuid=AErQmuCE):

Per quanto ci riguarda l’intramoenia non può e non deve essere un ulteriore prezzo “imposto” da far pagare ai cittadini a causa di anni di blocco del turn over, di mancati rinnovi contrattuali, di riduzione dei finanziamenti programmati al Ssn, di mancata attività di governo dei tempi di attesa e di insufficiente e inefficace attività di controllo della stessa attività intramoenia.

Guardando infatti al nostro Osservatorio nazionale basato sulle segnalazioni dei cittadini alle sedi del Tribunale per i diritti del malato, emerge come l’intramoenia nata inizialmente con l’obiettivo di garantire la libera scelta dei cittadini, si sia velocemente trasformata in una scelta obbligata per aggirare le liste di attesa, sia divenuta sempre più insostenibile per i redditi delle famiglie e non sia sufficientemente controllata dalle Istituzioni.

L’attività di verifica e controllo dell’attività intramoenia è prevista dall’Accordo Stato-Regioni 18 novembre 2010, ma non è efficace, e meno della metà delle Regioni l’hanno attivato tra l’altro. Andando ad analizzare l’operatività degli Organismi regionali di verifica dell’intramoenia si rilevano anche importanti criticità rispetto al loro effettivo funzionamento. Nella metà delle Regioni l’ultima riunione degli Organismi risalgono ad annualità precedenti a quella di riferimento della rilevazione (2015) contenuta nella Relazione al Parlamento. In 3 Regioni – Abruzzo, Puglia, Toscana – la data dell’ultima riunione coincide con quella di insediamento. Dati questi che confermano ancora una volta, in tutta la sua gravità, le falle che ad oggi esistono nel sistema di controllo delle Regioni sull’intramoenia e che giustificano la scarsa trasparenza registrata dai cittadini e la loro sfiducia.

Le risorse che rimangono al Ssn e le profonde difformità regionali

A livello nazionale rimane nelle casse del Ssn il 20% dell’incasso complessivo derivante dall’attività intramoenia, con una accentuata difformità tra le Regioni, ad una prima analisi non facilmente giustificabile. Ad esempio la Regione Molise trattiene nel Ssr il 36% degli incassi complessivi, la PA Bolzano il 39%, la Toscana il 29%, l’Emilia Romagna il 24%, al contrario la Campania solo il 6%, la Sardegna il 9%, la Sicilia l’11%, le Marche il 15% e cosi via. Oltre alle domande suscitate dalla evidenza di tale eterogeneità, ci sono anche quelle relative all’uso delle risorse: per che cosa e in che modo vengono spese le risorse derivanti dall’intramoenia che rimangono nelle casse del Ssn?

Vengono poi proposte 10 soluzioni:

  1. Rilancio degli investimenti nelle politiche del personale sanitario per scongiurare il rischio che l’intramoenia diventi la contropartita delle Amministrazioni, nei confronti del personale, al blocco del turn over e dei contratti.

2. Elaborare e attuare una nuova Strategia Nazionale di Governo dei Tempi di Attesa e dell’Intramoenia, attraverso un nuovo Piano Nazionale che parta dalle buone pratiche in atto nelle Regioni (ancora troppo poche), come ad esempio quella della Regione Emilia Romagna e tenendo conto, in senso strategico, dei dati prodotti dalla Relazione annuale al Parlamento sull’attività intramoenia.

3. Individuare a livello nazionale dei puntuali meccanismi atti a garantire in ogni Regione il rispetto dei tempi di attesa, attingendo da soluzioni messe già in campo da alcune Regioni (es. Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Lombardia, …) e mediante la messa a punto e l’attuazione di azioni correttive sull’intramoenia affinché questa non sia strumento per aggirare le liste di attesa.

4. Introdurre su tutto il territorio nazionale la regola del blocco automatico dell’attività intramoenia in caso di mancato rispetto dei tempi di attesa previsti dalla legge nel canale istituzionale, con relativo sistema regionale di controllo effettivo, efficace, efficiente e con il coinvolgimento delle Organizzazioni civiche di tutela dei diritti.

5. Prevedere la possibilità di svolgere intramoenia solo all’interno delle strutture del SSN.

6. Rafforzare molto l’azione di controllo e verifica da parte delle Regioni sull’attività intramoenia, a partire dall’immediata istituzione in tutte le Regioni dell’Organismo Paritetico di verifica con la garanzia della partecipazione dei Rappresentanti delle Organizzazioni civiche.

7. Garantire l’effettivo, efficiente ed efficace funzionamento degli Organismi Paritetici con relativa pubblicazione e rendicontazione dei dati dell’attività di verifica e delle azioni di miglioramento proposte e messe in atto.

8. Introdurre in maniera puntuale la regola della pubblicazione, sui rispettivi siti istituzionali (nazionali, regionali e aziendali), delle somme introitate dal SSN e derivanti dalla attività intramoenia, della loro relativa modalità di utilizzo, da destinarsi, in via prioritaria, al rafforzamento dei diritti dei cittadini, primi tra tutti l’accesso ai servizi.

9. Pieno rispetto della legge 120/2007 per contrastare il fenomeno sempre più dilagante dei “Cup pubblici Promoter” dell’intramoenia per aggirare le liste di attesa.

10. Più informazione e trasparenza sul diritto del cittadino di accedere all’intramoenia pagando il solo ticket in caso di mancato rispetto da parte delle Aziende Sanitarie dei tempi di attesa previsti dalla legge. In particolare i Cup dovrebbero prevedere automaticamente, all’interno delle proprie procedure, l’informazione ai cittadini di questo diritto e la sua concreta attuazione. Più trasparenza sui reali tempi di attesa prospettati ai cittadini. Inoltre dovrebbero essere implementate campagna di informazione su diritti e doveri dei cittadini in tema di liste di attesa e intramoenia.

Altre ulteriori soluzioni interessanti sono invece quelle proposte in un articolo due specialisti nel settore della sanità “GTND – LISTE D’ATTESA E POSSIBILI SOLUZIONI CONCRETE”. Di Gian Battista Mannone e Prof. Giuseppe Quintaliani”.

SPOSTARE GLI AMMINISTRATIVI NEI REPARTI:

Una soluzione potrebbe consistere nello spostare gli amministrativi nei reparti. Una recente indagine dimostrava che gli amministrativi sono tanti negli ospedali ed anzi sono in aumento, ma molti dimenticano di dire che gli amministrativi stanno in aree a loro riservate e non nelle degenze, né tantomeno negli ambulatori. Gli amministrativi, se spostati negli ambulatori e nelle degenze, potrebbero aprire le cartelle e archiviarle, fare fotocopie, scrivere le lettere che il medico potrebbe dettare al registratore come fanno i radiologi ad esempio, sistemare le cartelle in maniera cronologica e fare tante altre piccole cose che renderebbero molto più veloci e proficue le visite, invece di far fare queste cose a medici ed infermieri.

LA LIBERA PROFESSIONE “COMPERATA” DALL’AZIENDA OSPEDALIERA PER LA QUALE SI LAVORA – Attività privata in commistione con quella pubblica

È un istituto contrattuale (articolo 50 del CCNL) l’attività libero professionale acquistata dalle aziende sanitarie permetterebbe di avere diversi vantaggi:

1 incentiverebbe i direttori generali a utilizzare meglio le risorse interne omogeneizzando le piante organiche, governando le liste d’attesa, ricorrendo alla propria altezza e usando il governo clinico invece di sistemi “fiduciari”

2 premierebbe i migliori, visto che un sanitario molto richiesto e magari poco valorizzato in azienda avrebbe carte da giocare in senso meritocratico. E’ ovvio che, a breve scadenza, potrebbero intervenire sistemi di marketing, ma a lunga scadenza, un sanitario che si facesse forza solo dell’immagine, ma di scarsa qualità, sarebbe pian piano emarginato

3 ci sarebbe un giusto equilibrio tra attività per CUP e attività acquistata, in modo da bilanciare abusi e convenienze (10 visite in 5 ore al CUP non potrebbero essere paragonate a 50 visite in 10 ore dichiarate in intramoenia)

4 limiterebbe le attività al di fuori delle mura ospedaliere facendo rientrare nella sanità pubblica molte attività private esterne

5 permetterebbe di avere un piccolo TripAdvisor non tanto delle strutture ma dei sanitari afferenti, e sarebbe interessante vedere se e quanto i giudizi dei primari o delle direzioni siano allineati con quelli dei pazienti e anche, perché no, se i giudizi sui primari effettuati dalle aziende al momento delle nomine rispecchino veramente e totalmente la realtà delle cose. Oltre ovviamente, a permettere di bypassare le incomprensioni e le lotte di potere all’interno dei reparti. immaginate un medico a cui tutti si vogliono affidare che, invece, sia negletto e l’ultimo nella considerazione aziendale

6 permetterebbe di valutare le strutture che sono particolarmente sottodimensionate e dove la programmazione locale o regionale ha fallito, un sistema di controllo anche politico dunque

7 permetterebbe di valutare le direzioni generali sull’organizzazione delle strutture e la corte dei Conti potrebbe essere chiamata ad esprimere giudizi su quanto speso per acquistare intramoenia e su sprechi e corruzioni che sono la palla al piede della sanità.

In altre parole se una direzione acquistasse intramoenia in maniera spropositata ed inappropriata, accertata con modelli di benchmarking, potrebbe essere sanzionata

8 permetterebbe ai sanitari di guadagnare un giusto denaro al servizio dei pazienti senza essere tacciati di opportunismo

9 permetterebbe di ridurre, ove presente, l’eccessivo ricorso ai convenzionati esterni

Ovviamente oltre a tutto questo, è di fondamentale importanza attuale nella sanità una piena e performante rivoluzione informatica, come già affrontato nei capitoli precedenti, dove ci sia massima trasparenza, immediatezza e dove tutti i medici e le strutture sanitarie possano comunicare nell’immediato e scambiarsi informazione.

Questo prima di tutto deve passare tramite l’uniformazione dei sistemi informatici di ogni struttura ospedaliera italiana, e non come adesso, dove ogni ospedale ha un suo sistema personalizzato che non comunica con nessuno, neppure all’interno della propria stessa ASL, dentro una stessa regione.

Poi, come già affrontato, creando un sistema di prenotazioni e gestione delle visite, delle ricette, ecc. in via informativa e il sistema di MEDICINA A DOMICILIO e TELEMEDICINA, ci saranno sicuramente fisiologiche diminuzioni di persone che avranno bisogno di recarsi in ospedale per fare visite specialistiche.

Infine, non meno importante, creeremo e supporteremo un sistema di prevenzione, prima vera soluzione a tutti i problemi della sanità.

VALORIZZARE GLI INFERMIERI

VALORIZZARE GLI INFERMIERI

In Italia ce ne siamo accorti ancora di più durante il Corona virus, per il sistema sanitario gli infermieri (ed infermiere) sono un’ingranaggio fondamentale del sistema sanitario, allo stesso livello dei medici.

Gli infermieri studiano e si devono prendere la laurea, e poi fanno tutta la fatica pratica di curare e prendersi cura dell’ammalato, ma in tutto questo vengono spesso bistrattati e dati per scontati, come “servitori” dei medici.

Serve valorizzare il loro lavoro, sia a livello economico (sono pagati poco), sia riconoscere gratifiche a quelli che si impegnano più di altri (sistema che creeremo per tutti i dipendenti pubblici). Ma non si tratta solo di soldi, serve cambiare anche delle normative in modo da valorizzare e dare più opportunità e possibilità agli infermieri, di valorizzare tutto il proprio potenziale.

Se non si cambia questo andazzo, avremo sempre meno infermieri e molti di quei pochi continueranno ad emigrare all’estero (come del resto anche i medici), visto che in patria non vengono trattati come si deve.

L’Inghilterra resta la meta più ambita: “Lì si guarda alla customer satisfaction e non agli interessi privati, inoltre gli infermieri possono lavorare nel privato anche se regolarmente assunti da un ospedale pubblico”.

Tra le risorse che troveremo per la sanità, nello specifico per il personale, creeremo un sistema che crei un equilibrio qualitativo interno, in modo da assumere sì più personale ma allo stesso valorizzando economicamente ma anche a livello professionale e di crescita e possibilità di carriera, anche degli infermieri (e non solo dei medici).

BISOGNA PENSARE AI MEDICI

BISOGNA PENSARE AI MEDICI

Oltre agli infermieri, anche i medici si sentono oggi bistrattati. Sono sotto organico, gli tocca lavorare il doppio, spesso gli tocca fare turni massacranti, ma lo stipendio rimane basso (tra i più bassi dell’Europa occidentale rispetto ai colleghi).

Ci sono vari fattori, delineati in un articolo di Cristina Da Rold del Sole24Ore:

Ci sono aree d’Italia dove per questo motivo si è costretti a pensare di chiudere gli ospedali più periferici, che magari sono importanti in zone meno collegate con i grandi centri urbani, e non parliamo solo del sud Italia. A Belluno per esempio si stima manchino addirittura 100 medici, e due ospedali su quattro della provincia rischiano di essere chiusi.

Le ragioni di questo fenomeno sono diverse, non da ultimo il fatto che gli stipendi dei medici variano da regione a regione, senza alcun gradiente nord-sud. In sostanza in alcune regioni conviene meno andare a lavorare. I dati più recenti in materia purtroppo risalgono al 2013 e sono inclusi in uno studio condotto da STEM su dati Agenas. Le differenze regionali saltano subito all’occhio: un dirigente medico costa mediamente 226 mila euro a Bolzano, 143 mila a Trento, 123 mila in Valle d’Aosta e 102 mila euro in Sardegna, 105 mila euro in Toscana e 107 mila euro in Umbria. Lasciando da parte Bolzano, un dirigente medico in Umbria costa alla sua regione oltre 30 mila euro in meno rispetto a un collega di Trento.

Tutto questo significa che chi lavora ha un carico enorme sulle spalle. Si chiama “sindrome da burnout” e mette a rischio buona parte della qualità delle cure mediche. In Italia, un’interrogazione parlamentare presentata da FNOMCEO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) stima che un buon 30 per cento degli operatori sanitari con più di 50 anni, demoralizzati dalla mole di lavoro, da una burocrazia sempre più ingombrante e da preoccupazioni legali stia pensando di cambiare settore.

SOLUZIONE EXTRA? (oltre a quelle descritte nei capitoli precedenti)? TECNOLOGIA CON INTELLIGENZA ARTIFICIALE CHE AIUTA E SUPPORTA I MEDICI, IN ALCUNI TIPI DI ANALISI, IN MODO DA SCREMARE I PAZIENTI O PREVISITARLI PRIMA DEL MEDICO.

Come riportano gli esperti del World Economic Forum, nel 2017, la città di Guangzhou ha aperto la prima clinica in Cina per diagnosticare la cataratta – con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale.

Si prevede che lo strumento possa risparmiare tempo indirizzando i pazienti verso il miglior specialista per le loro esigenze, consentendo di trattare più pazienti. Yu Weihong, un oftalmologo presso Peking Union Medical College Hospital, in un’intervista di pochi mesi fa al New York Times dichiarava che a fronte dei due giorni che impiega lui stesso ad analizzare le immagine degli occhi dei pazienti da discutere poi con i colleghi, ci sono software di AI in grado di farlo in tempi enormemente inferiori. E non stiamo parlando di una tecnologia sconosciuta. Il software – spiega Weihong – è stato sviluppato da una start-up che ha raccolto 28,5 milioni di dollari da compagnie importanti della Silicon Valley, fra cui Sequoia Capital. Secondo Yiou Intelligence, una società di consulenza con sede a Pechino, circa 131 aziende cinesi stanno attualmente lavorando per applicare l’IA nell’assistenza sanitaria, ma attenzione: non per sostituire i medici, ma per supportarli, come una sorta di assistente personale “intelligente”, ad esempio aiutandoli a ottenere una rapida panoramica di tutte le informazioni clinicamente rilevanti di un paziente.

Ovvio, questa non è l’unica soluzione, è un’ennesimo aiuto, oltre a quello che daremo ai medici facendo si che:

  • amministrativi ospedalieri o neo assunti, facciano al posto dei medici le procedure e scartoffie burocratiche
  • assumere più medici (specialisti per lo più, e se non se ne trovano in Italia, li importeremo dall’estero) per rimpolpare l’organico in modo che ogni medico lavori soltanto le ore effettivamente richieste da contratto (incluse ferie, permessi, orari)
  • creando anche per i medici un sistema di carriera dove chi lavora meglio e di più, cresce di ruolo e guadagna di più
  • regolando l’intra moenia (fino a farla sparire) utilizzando invece la libera professione “comperata” dal SSN

RINNOVARE GLI OSPEDALI

RINNOVARE GLI OSPEDALI

Molti degli ospedali d’Italia e non solo al sud, sono vecchi, fatiscenti, sporchi, hanno attrezzature e macchinari vecchi e da sostituire.

Viene fatta poca manutenzione e poca pulizia, sena contare la cronica mancanza di spazio e posti letto (dove spesso i pazienti vengono messi in attesa nei corridoi).

Per fare questo in tutti gli ospedali che ne hanno bisogno servirebbero svariati miliardi che attualmente non abbiamo, però una volta che noi di Riforma e Progresso saremo al Governo, metteremo il Ministero della Salute a creare assieme alle Regioni una LISTA, CLASSIFICA dove si inserisca ogni singolo ospedale pubblico d’Italia, dandogli un punteggio a seconda di come sia messo “strutturalmente”, quando e se sono stati fatti lavori di ristrutturazione, stato delle attrezzature, spazi mancanti (con verifiche e controlli di ispettori sul luogo), in modo da capire a quale struttura dare più o meno urgenza. Ovvio che se un ospedale è quasi nuovo, messo benissimo e avrebbe bisogno solo di poche migliorie, sarà messo in fondo alla classifica e riceverà fondi solo se ne avanzeranno. Fatto ciò il Ministero cercherà alacremente:

FONDI EUROPEI E INTERNAZIONALI – tutti i fondi possibili per poter rinnovare edifici ed attrezzature.

CREAZIONE DI CAMPAGNE CROWDFUNDING – Nel sito che creeremo per cercare finanziamenti del pubblico per le opere pubbliche (come il restauro di monumenti, vedi ad esempio il Programma Cultura e Turismo), vogliamo creare delle campagna di raccolta fondi dove ogni cittadino può donare quanto vuole per il proprio ospedale di zona, come una sorta di colletta.

PRESTITO DEL PUBBLICO – Vogliamo creare un sistema, tramite il sistema di investimenti e finanziamenti che creeremo, dove i cittadini avranno la possibilità di investire denaro o prestarlo, ad imprese ed aziende (vedi Programma Imprese, PMI e Start UP), dove creeremo la possibilità, per chi vorrà, di IMPRESTARE DENARO specificatamente per ristrutturare, ricostruire, ampliare ospedali, e per cambiare o comprare attrezzature nuove. Ognuno potrà prestare le cifre che vuole, e lo Stato ripagherà il prestito, a rate annuali, ad un tasso di interesse fisso.

APPLICARE LA SPESA STANDARD DELLE REGIONI PIU' EFFICIENTI

APPLICARE LA SPESA STANDARD DELLE REGIONI PIU’ EFFICIENTI

Si discute da anni sul fatto che le Regioni debbano spendere a seconda di quanto spendono le regioni ritenute migliori qualitativamente a livello nazionale, e di non guardare più alla spesa storica di ogni regione (perché se una Regione ha sempre speso un tot per la sua sanità ma spendendo male o troppo o sprecando, non è giusto continuare a finanziarla come si è sempre fatto).

C’è stata quindi una riforma qualche anno fa che ha messo i paletti su come iniziare a calcolare le spese regionali sulla sanità, dovendo prendere come riferimento le Regioni più virtuose, il problema è che è rimasta un semplice principio da seguire, sulla carta. Ovvero, i calcoli che si fanno tenendo conto, equiparando con le prime 3 Regioni ritenute migliori, più efficienti in quell’anno, rimane solo come “punto di riferimento tanto per sapere” visto che non viene puoi seguito nella pratica, cioè non influenza né l’importo totale dei trasferimenti al SSN né la sua ripartizione.

Quindi la nostra proposta di Riforma e Progresso è RIFORMARE IL SISTEMA IN MODO CHE OBBLIGATORIAMENTE SI SEGUANO SEMPRE E SOLO PER TUTTI I COSTI STANDARD DELLE 3 REGIONI RISULTATE MIGLIORI QUELL’ANNO.

Se questo comporterà che qualche Regione (ad esempio Calabria o Campania) ci rimettano qualcosina visto che dovendo per forza seguendo il “sistema migliore”, vien fuori che spendevano poco e male, e sarebbero quindi poi obbligate ad aumentare un pò le loro tasse interne per far fronte alle spese rinnovate, sarà meglio così per 2 motivi:

1. In tal modo lo Stato (e quindi i soldi pubblici che arrivano anche dai territori virtuosi) non devono pagare per l’inefficienza di certe regioni.

2. I cittadini delle regioni non efficienti, daranno più serietà e peso nel votare politici locali che gestiscano meglio la sanità.

Questo dovrebbe far risparmiare circa un paio di miliardi al SSN ogni anno. Pochi soldi ma meglio di niente, e verranno reinvestiti nel SSN stesso per assumere più medici ed infermieri e ogni regione che risparmia, si tiene i soldi per reinvestirli nel proprio sistema sanitario, così come previsto anche dal PATTO DELLA SALUTE fatto tra Stato e Regione nel 2014.

Le regioni che tra l’altro, diventassero più efficienti e riuscissero a spendere meno dello standard, potranno tenersi loro in Regione tali soldi e spenderli per la loro sanità (es. per migliorare gli edifici, aggiungere posti letto, ecc.)

Nella riforma della P.A. c’è anche la creazione e centralizzazione degli acquisti aggregati. Quindi tutto quello che si risparmia perché si paga meno (facendo comprare a un ente unico per tutti che tra l’altro paga subito, vedi Programma Enti Locali e P.A.) fa risparmiare soldi che possono essere reinvestiti nella sanità stessa.

FORMAZIONE DELLA DIRIGENZA SANITARIA E STOP A NOMINE POLITICHE

FORMAZIONE DELLA DIRIGENZA SANITARIA E STOP A NOMINE POLITICHE

Bisogna modificare l’attuale normativa in materia di nomina dei Direttori Generali e delle figure amministrative negli ospedali, togliendo ai partiti e alla politica la possibilità di nominare persone “contigue e ubbidienti”. La politica dovrebbe soltanto effettuare scelte generali di sviluppo in materia di salute e di programmazione sanitaria e lasciare ai persone competenti e professionali con basi accademiche ed esperienza nel settore, il ruolo di gestire nel pratico la sanità.

Come delinea la ASMEL (ASSOCIAZIONE PER LA SUSSIDIARIETÀ E LA MODERNIZZAZIONE DEGLI ENTI LOCALI) in un suo articolo: https://www.asmel.eu/archivio-news/perche-non-basta-aumentare-le-risorse-alla-sanita:

In Francia la sanità è gestita da laureati (generalmente in scienze politiche) che, dopo la laurea magistrale, devono seguire i corsi della Ecole Nationale de la Santé (che dura 4 anni!). Da noi si è percepito che il medico puro non è in grado di farsi carico dei problemi di gestione ma, non sapendo traguardare il bisogno di una competenza manageriale, si è costituito il “primario di nomina politica”.

Nell’affrontarlo dovremo distinguere tra la formazione del dirigente di struttura (hospital management) e il dirigente del sistema (health management). Tante incertezze nell’affrontare il covid19 sono riconducibili a queste carenze. Carenze che hanno un riscontro strutturale: nelle nostre ASL si fa una grande confusione tra sistema/territorio e ospedale.

Vi è inoltre una ulteriore problematica che va affrontata: quella dei processi. Le nostre strutture sanitarie mancano totalmente di processi e si basano esclusivamente sul meccanismo gerarchico. Per farla breve, le macchine organizzative possono essere coordinate in due modi:

1) dare potere ad una catena gerarchica e/o 2) stabilire in norme dettagliate cosa deve essere fatto, quando, come e da chi. Questo secondo metodo è quello che si considera il metodo dei processi. Oggi la complessità tecnica delle varie situazioni da affrontare richiede sempre più l’utilizzo di modalità basate sui processi. Ma i processi sono assenti nelle nostre organizzazioni, sopra tutto sono completamente ignorati nella macchina organizzativa pubblica e segnatamente nella sanità.

PROPOSTE:

Le Regioni saranno obbligate ad assumere Direttori Generali e dirigenti sanitari solo tra persone che hanno conseguito un titolo di studio in ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI e che abbia conseguito il diploma alla Scuola Nazionale della Pubblica Amministrazione che creeremo (leggete programma Enti Locali e P.A.).

Creeremo questo sistema ed entrerà in vigore dopo qualche anno di Governo, in modo da lasciare il tempo alle persone di iscriversi, studiare, fare la scuola ecc. Nel frattempo ogni Regione continua con le nomine politiche come ha sempre fatto, poi da un momento in poi entrerà in vigore il nuovo sistema MERITOCRATICO.

Oltre a ciò si daranno obiettivi ai vari dirigenti, ad esempio (ridurre di un tot % i tempi di attesa medi, oppure, conseguire almeno un numero tot di interventi al cuore, ecc.

Chi raggiunge gli obiettivi potrà far carriera e guadagnare di più. Poi le Asl e le Regioni potranno passarsi dirigenti che si son dimostrati esperti nel gestire determinate problematiche. Ad esempio se un dirigente è stato bravo a ridurre i tempi di attesa, gli ospedali che hanno un grosso problema con le liste di attesa, faranno a gara per prendersi tale dirigente.

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