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I PROBLEMI DELLA RETE ELETTRICA – Cosa può fare il nucleare?

I PROBLEMI DELLA RETE ELETTRICA – Cosa può fare il nucleare?

Immaginiamoci un’Italia alimentata da sole fonti rinnovabili. Ad oggi sappiamo che i problemi
che questa scelta comporterebbe sono numerosi: difficoltà a mantenere il carico di base,
necessità di grandissimi e numerosi centri di accumulo (tecnologia ad oggi immatura per la
scala di rete) e ovviamente il problema dell’aleatorietà. Ma immaginando che tutti questi
problemi sparissero per magia, la nostra rete nazionale sarebbe in grado di gestire un 100%
rinnovabili? Cosa dovrebbe cambiare? Scopriamolo!
Iniziamo con un concetto fondamentale: la stabilità di una rete elettrica è data da un fragile
equilibrio tra la produzione e il consumo e deve rispondere alla volatilità dei disturbi di
tensione e frequenza.
I problemi di una rete basata solo sulle rinnovabili:
Se da una parte le rinnovabili stanno subendo una rapida diffusione grazie alla notevole
riduzione dei costi dovuta agli attuali obiettivi di decarbonizzazione e ai numerosi incentivi
statali, dall’altra queste sono continuamente soggette a fluttuazioni e instabilità, dal
momento che fanno affidamento su vento e sole. I principali problemi che ciò comporta per
la rete elettrica sono: anomalie di frequenza e tensione, possibile sovraccarico delle linee di
trasmissione esistenti e un disadattamento della domanda e dell’offerta. Tutto questo
oscillare può portare al deterioramento della componentistica di alcune parti critiche degli
impianti di trasmissione e distribuzione.
L’accumulo con batterie su scala di rete
Le batterie rappresentano una valida opzione per incrementare la flessibilità della rete,
grazie alla possibilità di “spostare” nel tempo una parte dei consumi (time shifting), salvando
così energia quando costa meno (bassa domanda) per poi usarla in seguito, quando la
domanda cresce e il costo al kWh sale.
Gli accumuli, anche se di breve durata (solitamente tra le 6 e le 8 ore) e solare fotovoltaico
sono complementari, perché insieme possono ridurre notevolmente la capacità di carico
netta che deve essere garantita da fonti non rinnovabili. Le batterie possono quindi
contribuire a bilanciare il carico di rete, evitando fluttuazioni e rischi di blackout.
Ma è davvero così?
Analizziamo il caso della California: La California è uno dei leader mondiali per la “corsa alle
rinnovabili”. Fino ad ora ha installato circa 27 GW di energia rinnovabile intermittente,
accompagnata da sistemi di accumulo a batterie per circa 3 GW, quest’ultime con un costo
di svariati milioni di dollari. Il risultato? 4297 blackout annuali per un totale di 22 milioni di
persone senza corrente solo nel 2018. Che stabilità! Ma facciamo un altro esempio. La
powerwall di Tesla in Australia ha un costo stimato di 90 milioni di dollari, con una capacità di
accumulo di 300 MWh (100 MW x 3 ore). Seguendo questi trend, cosa significherebbe per
l’Italia? Immaginando 300 TWh di rinnovabili (ad oggi, ma nel 2050 saranno molti di più!),

con 100 TWh di accumulo il costo sarebbe circa di 30 mila miliardi di dollari. Conveniente
no?
Sempre la California ha promesso che questi enormi investimenti nelle rinnovabili (ad oggi
sono stati stanziati MILIARDI in incentivi) avrebbero portato lo stato a ridurre la dipendenza
dai combustibili fossili. Sta funzionando? NON PROPRIO!Negli ultimi 12 mesi infatti il gas è
stata la fonte principale di produzione elettrica, nonostante gli sforzi per accumulare e
produrre energia rinnovabile.
Le emissioni annuali sono stimate a 282g di carbonio per kWh prodotto. Il nucleare ha
rappresentato circa lo 0,33% delle emissioni totali.

Il Mismatch tra Domanda e Offerta
Dati alla mano, uno dei maggiori problemi di una rete solo rinnovabile sarebbe il mismatch
tra domanda, offerta e geolocalizzazione. In Italia ad esempio, le rinnovabili non hanno
sempre le stesse potenzialità su tutto il territorio. Eolico e solare sono fonti intermittenti e
dipendenti dall’intensità di sole e vento, che varia in base a dove ci si trova. Il problema? Nel
nostro paese il 56% dei consumi è a Nord*, ma il sole sta nel Sud Italia, mentre il vento è
bloccato dalle Alpi e dagli Appennini. C’è però una regione che sarebbe perfetta per
installare l’eolico in Italia: la Sardegna! Purtroppo però è anche la prima regione d’Italia per
numero di ricorsi al TAR mensili contro questa tecnologia (basta consultare un qualsiasi
giornale locale per sondare l’opinione della gente del luogo). Ma torniamo alla rete elettrica.
Data la notevole distanza tra Nord e Sud, per un 100% rinnovabile bisognerebbe riadattare
intere linee di trasmissione, per gestire i picchi e le notevoli perdite causate dalle lunghe
distanze di trasmissione. Sarebbe più economicamente sostenibile riadattare tutte le linee o
aggiungere qualche GW di nucleare al nostro mix energetico?
“La strategia italiana di lungo termine per la riduzione dei gas effetto serra”:
analisi degli scenari.
Il piano di decarbonizzazione italiano al 2050, inviato alla commissione europea a febbraio
2021, si basa principalmente sull’ipotesi della riduzione dei consumi. Cito dal testo: “i
consumi finali devono scendere sensibilmente, di circa il 40% rispetto a quelli attuali”.
Siccome questo scenario NON è ad oggi credibile, almeno guardando quelli che sono gli
attuali trend, analizziamo gli scenari più credibili. La domanda di energia al 2050 si aggirerà
intorno ai 650 TWh. Come farebbe l’Italia a raggiungere tale obiettivo con SOLE energie
rinnovabili? É credibile? É fattibile? Ma soprattutto, è sostenibile economicamente? Quanto
dovremmo installare? Scopriamolo.
100% RINNOVABILE BY 2050
-Solare fotovoltaico: 515 GW installati (oggi siamo a 24 GW). Questo significherebbe
ricoprire di pannelli fotovoltaici un’area poco più grande della valle d’Aosta.
-Eolico: stabile a 22 GW in quanto il solare è ad oggi più conveniente (a parità di energia
prodotta).

-Biogas: 35GW, con quasi 6000 biodigestori operativi in tutto il territorio.
-Batterie: 104 GW per un totale di 800 GWh di produzione (batterie con 8 ore di carica). Solo
per l’Italia sarebbe necessario triplicare la produzione MONDIALE di batterie al litio.
-Energia “buttata”: (ma sempre pagata): 210 TWh.
Sfruttare il surplus per produrre Idrogeno verde non sarebbe economicamente sostenibile,
nonostante se ne potrebbero produrre fino a 4,5 milioni di tonnellate. Questo perché
servirebbero oltre 200 GW di impianti di elettrolisi, per una produzione annuale di 1300 ore
(pochissimo!), il che non rende valido l’immenso investimento.
RINNOVABILI E NUCLEARE?
Diamo un’occhiata allo scenario che include il nucleare. Cosa cambia?
-Solare fotovoltaico: 175 GW installati (scende di 3 volte).
-Eolico: invariato a 22 GW. -Biogas: scende a 20GW.
-Nucleare: 37 GW (meno della Francia!).
-Batterie: 36 GW (si riduce a 1/3).
-Energia “buttata”: 37 TWh (scende di un fattore 6). Costo dell’energia: dal 25% al 35% più
basso, nonostante le nuove interconnessioni.*
Le altre fonti di energia (idro, geotermico, RSU ecc.) non sono state citate in quanto non
sufficientemente rilevanti per questa analisi. Ovviamente saranno anch’esse parte del
percorso di decarbonizzazione.
Insomma, è piuttosto evidente come l’inclusione dell’energia nucleare porti un grande
beneficio, sia in termini di emissioni (perché sì, il solare inquina più del nucleare a parità di
energia prodotta), sia in termini economici. Auspichiamo ad un’installazione che superi i 40
GW, in modo da coprire anche se solo in parte il teleriscaldamento, che grazie al calore di
scarto potrebbe riscaldare ad impatto (quasi) 0 migliaia di case. Ad oggi il dialogo per
l’inclusione dell’energia nucleare in Italia si sta piano piano sviluppando.
Certe volte invece può sembrare che il dibattito scientifico sull’energia nucleare possa
essere ancora aperto, causa giornali o talk show. É sempre importante ricordare che il
dibattito scientifico su questa fonte di energia è chiuso da decenni. Il nucleare è tra le più
sicure fonti di energia, con le minori emissioni, con costi operativi infimi rispetto perfino alle
rinnovabili, poco mineral intensive, necessità di poco spazio e produce pochi, gestibili e ben
stoccati rifiuti.

Il team GiovaniBlu

 

Fonti:

Statistiche terna
Intensità radiazione solare
Glossario
Analisi scenari 2050
Economicamente più sostenibile
Più “green”
California e accumulo
Cost and performance california

CHI E’ IL FRATELLO DELLO ZIO SAM?

CHI E’ IL FRATELLO DELLO ZIO SAM?

Joe Biden, Vladimir Putin, Xi Jinping; tre persone potenti fino al punto di diventare sinonimi delle nazioni che guidano, fino al punto di aver fatto divenire i loro nomi e quelli dei loro Paesi intercambiabili nel giornalismo internazionale. Tuttavia, all’appello manca un altro attore, da sempre protagonista dello scacchiere geopolitico mondiale: l’Unione Europea.

Infatti, nel Vecchio Continente manca una figura di spicco, qualcuno di così influente che possa rappresentare non solo l’Unione ed i suoi valori, ma anche le nazioni che non ne fanno parte. Naturalmente, il pensiero si rivolge alle sue quattro maggiori economie: Germania, Francia, Regno Unito ed Italia. Ciò che questo articolo si pone, è di analizzare sinteticamente le situazioni politiche interne a questi Paesi ed infine il motivo del vuoto di “influenza” al livello intergovernativo.

Prima all’appello è la Repubblica Federale Tedesca, il Paese guidato fino all’8 dicembre 2021 da Angela Merkel, la persona che più si è avvicinata ad essere l’identità dell’Unione. Al giorno d’oggi, dopo quasi dieci mesi di mandato, molte persone che non si informano regolarmente di affari esteri non riuscirebbero a ricordare il nome di Olaf Scholz, l’attuale Cancelliere Federale, colui che è succeduto alla Merkel. Dunque, non può essere lui la figura centralizzante: una persona conosciuta per aver lavorato dietro le quinte di molti partiti e governi, una persona il cui soprannome è “Il politico più noioso d’Europa”, che, pur avendo le capacità di prendere decisioni spesso difficili e impopolari, è privo di quel carisma che tanto condiziona i leader di oggi. La politica di oggi ha necessariamente bisogno di curare anche l’aspetto, oltre che le competenze: se ha i riflettori puntati addosso, anche una segreteria diventa un palcoscenico.

Chiarito questo primo aspetto, ne si individua anche un altro, molto più sostanziale, sul perché Olaf Scholz non può essere, oltre la faccia dell’Unione, anche la mano che ne porta la fiaccola dei valori: la Germania del suo governo ha spesso preso decisioni non in linea con il principio di solidarietà che ha caratterizzato l’UE dalla sua nascita. Limitato dalla forte dipendenza energetica con la Russia, Scholz non ha da subito pareggiato lo sforzo di altri Paesi UE nel sostenere l’Ucraina politicamente e materialmente: nascondendosi dietro errori logistici e comunicativi dei propri ministeri (peraltro smentiti anche da emittenti governative ucraine), ha inviato poche armi, di qualità discutibile e relativamente attempate. Non solo, ma anche in vista del prossimo inverno, che sottoporrà tutto il Vecchio Continente, in particolar modo i Paesi del blocco tradizionale NATO, ad una prova di resistenza mai affrontata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Scholz sta prendendo in considerazione di sospendere alcune esportazioni elettriche verso la Francia e di istituire un proprio tetto al prezzo del gas. Tutto ciò sta comportando una perdita di status della Germania: da nazione trainante dell’Unione, a giocatore in lotta per la sopravvivenza.

Passando al Paese che più aveva possibilità di elevarsi a baluardo dell’Unione, custode dei suoi valori e guidato da una persona prontissima a diventarne il volto, la Francia di Emmanuel Macron sembra essersi affievolita con il tempo. Citando lo stesso Macron, “è finita l’era dell’abbondanza”. Partendo dai suoi stessi comizi elettorali nel 2017 in cui, primo nel Continente, ha fatto volare bandiere europee accanto a quelle francesi, passando alle telefonate e riunioni con Putin per scongiurare il rischio della guerra che è comunque scoppiata, fino ad arrivare ad una vittoria risicata alle elezioni presidenziali ed a una maggioranza relativa alle parlamentarie, che non gli permette di governare da solo: il suo percorso al vertice racconta la storia di un capo di Stato che ha man mano perso sempre più potere, che ha scommesso sull’unità europea e ha visto dei rendimenti decrescenti alla sua scommessa. Il sistema francese, semi-presidenziale, è spesso vittima del problema noto come co-abitazione: essendo frutto di due elezioni differenti, è possibilissimo che il presidente (capo di Stato, ma non del Governo) e la maggioranza parlamentare non siano dello stesso partito, pur essendo entrambi espressione della volontà popolare. Ciò comporta relativa difficoltà di legislazione, ed è il problema che, seppur in misura minore (La Republique En Marche, il suo partito, ha il maggior numero di seggi in parlamento ma non la maggioranza), Macron deve affrontare. Dunque, le energie che dedica ai problemi domestici devono essere necessariamente sottratte alla politica estera, nel momento in cui l’Unione maggiormente necessita di cure e disponibilità dei suoi componenti.

Avendo trattato dei leader impossibilitati ad ascendere al ruolo di figura cardine per colpa di affari interni, credo sia giunto il momento di discutere di quelli che non hanno fatto in tempo a rafforzarsi fino a raggiungere questa posizione, poiché hanno visto la fine dei propri mandati dall’inizio della guerra fino ad oggi.

Nonostante non sia più parte dell’Unione Europea, il Regno Unito è sempre stata una nazione principale negli affari del Vecchio Continente, sin da quando era formalmente conosciuta come “Britannia” dai Romani. Al giorno d’oggi, è da 12 anni consecutivi che al Partito Conservatore viene chiesto dal monarca di formare un governo. Il sistema inglese non è molto diverso da quello italiano: alle elezioni si scelgono i membri del Parlamento; il leader del partito che vince diventa “ufficiosamente” Primo Ministro (il processo non è codificato, ma è ormai una convenzione) e sceglie i membri del suo gabinetto (Consiglio dei ministri) tra i membri eletti del Parlamento. Il governo viene formato e governa la nazione in nome del monarca. Ciò detto, con le primarie tenutesi il 5 settembre 2022, Liz Truss è diventata la leader dei Conservatori dopo le dimissioni di Boris Johnson del 7 luglio, e ad oggi è l’attuale Primo Ministro. Tuttavia, né lei né lui sono mai stati capaci di attrarre abbastanza stima e fiducia da poter essere considerati la faccia del Vecchio Continente: lei per la sua storia e per il suo abissale tasso di gradimento, lui per i vari scandali che hanno accompagnato la sua Premiership. Qualcuno potrebbe arrivare a dire che il Regno Unito post-Brexit abbia perso lo status di “Grande Nazione” anche in Europa, ma è un’affermazione molto azzardata. I politologhi dovranno osservare ancora l’evoluzione di questo Paese e la sua salute dopo le grandi transizioni a cui è andato incontro; quello che rimane certo è che la faccia degli sforzi europei non potrà essere l’anglosassone signora bionda. Forse lo era negli anni ’80, ma sicuramente non oggi.

Sul tema della bionda chioma, ritengo opportuno passare in rassegna l’ultimo Paese dei quattro elencati sopra. Difatti, con tutta probabilità quello sarà il colore di capelli della persona a cui Sergio Mattarella affiderà l’incarico di formare un nuovo governo. Giorgia Meloni, ma più alcuni membri del suo partito ed episodi che li hanno visti coinvolti, sono stati al centro di un’asperrima campagna mediatica. Si tralasceranno queste introspezioni, che meriterebbero un articolo a sé, ad un secondo momento. Quello su cui bisogna concentrarsi è l’opposizione tra lo scorso governo, capitanato forse dalla persona più europeista tra tutta la lunga lista di Presidenti del Consiglio della storia repubblicana, e quello che arriverà a prendere le redini, il più sbilanciato a destra dello stesso lasso di tempo. La stampa internazionale ha reagito prontamente e polarizzandosi: coloro che temevano un ritorno dell’ultranazionalismo e del neofascismo, e coloro che si dicevano fieri e meditavano su come una simile figura potesse trionfare nel loro Paese. È purtroppo qui che si fermano i dati oggettivi: forse Mario Draghi era la persona diventata sinonimo dell’UE; forse la Meloni, con la sua grinta sull’identità nazionale, sarà quella che farà rendere conto alle istituzioni europee che è giunto il momento di un aggiornamento. Ciò che rimane da dire è che nemmeno nel Belpaese si può trovare il volto in cui l’Unione possa trovare il suo collante. 

Tra chi è troppo preoccupato per i propri affari interni e chi non è più al governo, sembra che nessuno tra i quattro “big” d’Europa riesca ad unire il continente sotto la sua guida. Questa situazione è poco chiara e lascia alcune domande aperte. 

Forse non saranno loro a fornire, seppur simbolicamente, queste figure? Non si può dare una risposta certa: ne è passato di tempo da quando Ernst Reuter, il primo sindaco di Berlino Ovest dopo l’erezione del muro ha unito l’Europa occidentale contro il comunismo e da quando Margaret Thatcher ha portato i primi dogmi del Reaganesimo in UK. Ciò che possiamo aspettarci per il futuro è una maggior distribuzione di potere (simbolico), in particolare dopo le spinte di Spagna, Polonia e Danimarca per delle istituzioni europee più inclusive e più disposte ad ascoltare degli Stati tradizionalmente meno considerati.

 Che non sia possibile identificare una figura simile in UE? Improbabile. Ogni schieramento geopolitico ha bisogno di un proprio leader, che sia esso un’autocrazia, una Repubblica Popolare o una democrazia. È certamente più facile identificare una persona simile entro i confini di una sola nazione; è allora necessario, se si ritiene che serva un “Mr. Europa”, centralizzare maggiormente altri aspetti amministrativi finora delegati ai singoli Stati: il primo esempio che viene alla mente, vista la situazione, è un esercito comune. Fin quando le nazioni europee rimarranno così frammentate, così necessariamente costrette a fare da sole i propri interessi, l’Unione resterà soltanto un filo di spago che tiene uniti dei pezzi del puzzle che non combaciano. 

Daniele Erminio Petecca di Riforma e Progresso

IL TERZO POLO HA GIA’ FALLITO

IL TERZO POLO HA GIA’ FALLITO

Lettera aperta di un fu “possibile elettore” 

Ciò che segue sono le riflessioni di un ragazzo che per la prima volta avrà modo di esercitare il suo diritto di voto. Un ragazzo che, pur soffrendo di questa scelta, andrà al seggio solo per annullare la sua scheda

A luglio cade il governo Draghi, il quale pur non essendo stato un governo dalle decisioni incriticabili, è senza ombra di dubbio quello che ha goduto della maggior fiducia da parte del sottoscritto, il quale si definisce semplicemente a-ideologico e razionale. Le motivazioni di questo sentimento positivo nei confronti del governo passato non sono da ascrivere unicamente alla figura del Presidente del Consiglio, il quale certamente è garanzia di competenza e razionalità, ma anche per le decisioni prese nel pratico. Oltre a diverse nonostante alcune siano state discutibili (a mio avviso sono però riconducibili principalmente ad accordi con i partiti) nelle materie di cui egli ha deciso di occuparsi ha lavorato in modo del tutto alieno rispetto ai politici italiani. Niente promesse farlocche, niente propaganda spicciola e niente indebitamenti folli al di fuori dei fondi del PNRR. Potreste pensare: “ma per così poco?” ebbene sì, visto e considerato che i nostri partiti non arrivano neanche a questo livello minimo di decenza, né durante né dopo la campagna elettorale. Indubbiamente però Draghi non ha governato da solo ed è dovuto scendere a compromessi; il che da una parte lo hanno costretto ad accettare politiche bislacche come i bonus e dall’altra ha avuto le mani legate riguardo alcune questioni che nessun partito vuole vengano affrontate (e ne parlerò a breve). 

 

Inizia quindi l’estiva campagna elettorale, la quale tra la delicata situazione internazionale, i fondi del PNRR a rischio e la possibilità di un’ulteriore possibile ondata di Covid si prospettava come la più ridicola e rivoltante di sempre. Per ora è in linea con le mie aspettative se non un pochino peggio. Ivi però mi concentrerò sull’area politica che più ho seguito con interesse non essendo né fascista o putiniano né un pensionato nostalgico di Berlinguer. Mi riferisco quindi all’area del centro i cui partiti sono +Europa, Azione e Italia Viva. 

Breve ricostruzione: Azione e +E partono come federazione, l’intenzione è quindi quella di presentare una lista comune, mentre IV resta in disparte. La Federazione decide quindi di allearsi con il Partito Democratico con un accordo sui collegi uninominali molto vantaggioso. Questa scelta venne aspramente criticata dalla base dei partiti in quanto un’alleanza con il PD costituiva per proprietà transitiva un’intesa con Sinistra Italiana e Verdi i quali sono abissalmente distanti dal centro per quanto riguarda le politiche energetiche, ambientali, e internazionali. Il PD prosegue con il suo intento di costruire una sola grande coalizione che abbia come unico obiettivo non far vincere la destra e invita a parteciparvi anche gli ex pentastellati sotto la guida di Di Maio. Calenda quindi ribalta il tavolo e rompe sia l’Alleanza con il PD sia la federazione con +E. A quel punto Azione raggiunge (comprensibilmente) il massimo livello di sfiducia il che lo avvicina a IV; i due partiti decidono di correre insieme e nasce il “Terzo Polo”. 

 

Credo sia inutile sottolineare quanto questa dinamica sia imbarazzante per tutte le forze in gioco (eccezion fatta per Renzi che ha saggiamente deciso di rimanere in disparte fino all’ultimo evitando figuracce). Quella che ne esce peggio di tutti è però Azione che rimbalzando da una coalizione all’altra in questo modo comunica solo incapacità decisionale e di pianificazione strategica. La conseguenza non può che essere un mio forte tentennamento riguardo la decisione di votare, già traballante dopo l’alleanza con il PD. Che garanzia ho che in parlamento Calenda non si comporti come una scheggia impazzita similmente a questa circostanza? Decido però di attendere il famigerato programma del Terzo Polo, quello, che scevro da compromessi dovuti a un’alleanza con la sinistra, avrebbe dovuto essere il programma dei competenti, l’Agenda Draghi, magari non uno perfetto, ma qualcosa che mi avrebbe permesso di votare convintamente il “meno peggio”. Se sto scrivendo questa lettera aperta evidentemente così non è stato. Per quanto mi riguarda questo programma è la pietra tombale che sancisce definitivamente il fallimento del Terzo Polo a meno di un mese dalla nascita. Di seguito spiegati i motivi per cui la penso in questo modo. 

 

Un “meno peggio” a mio avviso si può definire tale se e solo se pur non rappresentando le mie idee a pieno quantomeno costituisce una vera alternativa agli altri, qualcosa che si distingua, che costituisca un punto di rottura. Tuttavia il programma del Terzo polo l’unica cosa che ha rotto è stata la mia pazienza. Il programma cerca unicamente di farli apparire come gli “alternativa alla destra e alla sinistra”. Per esempio sono più razionali della sinistra in tema di ambiente ed energia, ma scelgono l’ambiguità nei diritti civili tipica della destra. Se Calenda giustamente critica Letta di aver impostato la sua campagna elettorale, in modo imbarazzante e populista, presentandosi solo e unicamente come “L’alternativa alla destra” bisognerebbe far capire al leader di Azione che in realtà sta facendo la stessa identica cosa, ma con un fronte nemico in più: “non la destra e non la sinistra”. Il piano non è fare “politica nuova” è cannibalizzare Forza Italia, il quale sta prestato il fianco in quanto eccessivamente asservito agli altri partiti di destra lasciando scontenti molti moderati. Io mi rivolgo a chi come me si definisce razionale, ma è ancora persuaso a votare, veramente pensate che un “Forza Italia” pre Salvini sia un partito alternativo? Una speranza per il paese? Potreste pensare che sto esagerando, ma se il programma non vi ha reso evidente di questa decisione di posizionamento politico, controllate quanti Ex membri di FI sono ora candidati nel Terzo Polo e guardate a chi è rivolta la loro comunicazione. Sono spiacente, ma l’assenza di Berlusconi non mi fa pensare che un partito che condivide idee, politici ed elettori sia qualcosa di diverso da una versione moderna e sbiadita di Forza Italia. Partito, che ricordiamolo, fu uno dei maggiori responsabili del rischiato fallimento del Paese. 

 

“Ma cosa avresti voluto in più nello specifico?” per prima cosa un’esplicita presa di posizione progressista sui diritti civili (giusto per rimetterci in pari con il resto del mondo occidentale): eutanasia, matrimonio egalitario, legalizzazione della cannabis…  sarebbe stata una decisione importante, ma non strettamente fondamentale. Il punto del programma che denota la mancanza di volontà del Terzo Polo di essere qualcosa di diverso e che quindi ne implica il fallimento è l’approccio alle pensioni e alle coperture. In generale le coperture sono l’argomento più spinoso di un programma e tradizionalmente i politici italiani per affrontare questo delicatissimo e fondamentale tema decide di: 

 

  1. Mentire: dire che le coperture ci sono quando non è così o non avere davvero intenzione di applicare la proposta, ma usarla solo a fini propagandistici oppure promettere che il loro provvedimento avrà un impatto così positivo da auto-finanziarsi (che nel migliore dei casi è una roulette Russa e infatti questo metodo piace tanto alla Destra). 
  1. Proporre un metodo di ricavare le risorse che in un qualche modo fa appello alla narrativa ideologica di riferimento: non ha importanza che funzioni o meno e le possibili conseguenze collaterali. (questo piace tanto alla Sinistra). 
  1. Glissare completamente: evitare di accennare alla questione e sperare che nessuno se ne renda conto. Spesso si ricorre alla menzogna quando messi alle strette (metodo prediletto dal Terzo Polo). 

 

Il Terzo Polo oltre a non discostarsi dalla tradizione, e propone un programma con un buco di svariate decine di miliardi, per quanto riguarda il tema delle pensioni la faccenda acquisisce una sfumatura grottesca. Per chi ad oggi non lo sapesse; ogni singola analisi economica e di mercato dimostra che la pressione fiscale che serve per mantenere le pensioni in essere sta strangolando il nostro paese. Le tasse sono così alte che alzarle ulteriormente è un suicidio sia sul piano politico che economico, il che costringe a dover ricorrere a deficit e scostamenti di bilancio per le politiche sprovviste di coperture, così il debito pubblico si gonfia e quindi avremo meno risorse in futuro, quindi più deficit e così via. Tutto ciò senza considerare che il rapporto tra pensionati e lavoratori peggiora di anno in anno. Non vi è alcuna via di uscita dai problemi di questo paese se non fare i conti con la realtà. E affrontare la realtà significa tagliare la spesa pubblica, in primo luogo rimodulando le pensioni (ovviamente in modo progressivo) per abbassare le tasse e il debito pubblico. E la cosa grottesca è che il programma del Terzo Polo (i competenti) sembra voler evitare anche solo di nominare il termine “pensione” in modo del tutto simile al PD (mentre a destra si pensa solo a stratagemmi geniali per peggiorare ancora di più la situazione). 

Sicuramente riceverò svariate obiezioni simili a: “eh ma così vince la destra” o “eh ma gli altri sono peggio”, mi spiace, ma se ancora la pensate così forse non avete letto attentamente la lettera o forse siete ex elettori di Forza Italia. Ho però io delle domande per voi; 

 

Vi fidate di chi è incapace di programmare stabilmente un’alleanza? 

Vi fidate di chi cerca di replicare Forza Italia in tutto e per tutto (Berlusconi escluso)? 

Vi fidate di chi si propone come l’alternativa, ma non ha il coraggio di distinguersi

Vi fidate di chi sostiene di essere dalla parte dei giovani, ma poi gli promette solo bonus e non la riforma della spesa pubblica di cui i giovani sono i primi a necessitare? 

Vi fidate di chi dice di seguire l’Agenda Draghi, ma poi non propone quello che l’ex primo ministro avrebbe voluto fare se avesse avuto piena libertà decisionale, ma a malapena ciò che avrebbe fatto nonostante i mille paletti di un governo di larghe intese? 

La mia risposta a tutto ciò è No. E quindi ecco perché non lo voterò

Francesco Fusco di Riforma e Progresso

IL CONCETTO DI GIUSTO

È GIUSTO O NON LO E’?

Nel Critone di Platone, Socrate afferma “E’ meglio patire ingiustizia che commetterla”.
È con questa affermazione che Socrate il giorno seguente fu costretto a bere cicuta dopo esser stato
condannato a morte con l’accusa di corrompere i giovani e voler introdurre nella città nuovi Dei;
rimanendo però fedele alla sua etica eudemonistica, ovvero l’uomo può ottenere la felicità solo
agendo in rapporto al mondo in modo buono e giusto.
Ma il famoso filosofo aveva ragione? Molti sarebbero in disaccordo e sono coloro che pensano prima
al benessere del singolo individuo, al proprio tornaconto personale e preferirebbero commettere
un’ingiustizia a danno dal altri se quest’azione risulterebbe vantaggioso per sé stessi.
Dimenticandosi dell’esistenza di una società che poggia il suo equilibrio proprio sulla coesistenza
tra i singoli individui. Al contrario chi decide di condividere questa visione della convivenza, si può
mettere su uno scalino superiore verso la strada di una reale integrazione.
E per quale motivo le persone commettono ingiustizia? Forse coloro che la commettono non lo
fanno in modo razionale e consapevole, ma lo fanno pensando che sia il bene per sé stessi.

Questo perché? Perché l’uomo non sa quale sia il bene e quale sia invece il male proprio per la difficoltà di
riconoscerlo, azioni che possono risultare sbagliate possono essere giuste se messe in un contesto
differente; dunque, nel cercare di capirlo, spesso smarrisce la retta via commettendo dei peccati.
Non possiamo sapere con certezza quale sia il bene comune, in quanto difficile da individuare ma di
certo sappiamo bene qual è il nostro bene personale e, nel tentare di realizzarlo, accettiamo il fatto
di poter peccare a danno d’altri.
Cosa significa “Giusto”? Nel mondo greco-romano il concetto di giustizia ha il fondamento non
nell’uomo, ma nella realtà ideale, come principio materiale o come principio ideale. Da un concetto
di necessità che mantiene ogni cosa nel proprio ordine la giustizia passa a significare un principio
naturale di coordinazione e di armonia nei rapporti umani. Per il vocabolario odierno invece la
giustizia è una virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i
diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge. In entrambi
casi il fulcro della giustizia è la corretta coesione di tutti i popoli, il corretto riconoscimento della
diversità dei diritti e delle tradizioni altrui; inoltre, il dovere di rispettare le leggi, imparando,
attraverso uno studio critico della verità, a riconoscere quelle ingiuste da quelle giuste.
“Ciò che tu eviteresti di sopportare per te, cerca di non imporlo agli altri”

Lorenzo – Follower di Riforma e Progresso

LE PROMESSE DI IERI, OGGI E QUELLE CHE VERRANNO

LE PROMESSE DI IERI, OGGI E QUELLE CHE VERRANNO

Il condizionale è sempre d’obbligo quando si discute di politica ma su questo non ci piove: i programmi elettorali esprimono le idee dei partiti e le loro proposte. È una frase tanto semplice quanto incomprensibile al popolo italiano che è sempre più convinto bastino solo le prime (le idee) visto che la scarsa educazione finanziaria, civica e storica estesa in tutta la penisola rende le seconde (le proposte politiche) incomprensibili ai più. Per decenni in Italia abbiamo votato le idee senza curarci dell’impatto che le riforme avrebbero avuto sulle finanze dello stato.
L’italiano medio crede ancora oggi nella favola dei poteri forti e dei burocrati di Bruxelles che avrebbero desiderato il nostro fallimento nel 2011 e non ha compreso che forse erano le finanze dello stato a non essere più credibile e sostenibili. Le mance elettorali ed i bonus hanno contraddistinto la seconda repubblica portando la grande Italia ad essere seconda in Europa per rapporto debito/Pil.
Non illustrerò la crisi finanziaria del nostro paese; mi limito a spiegare che il 44,3% circa del debito pubblico (fonte ISTAT) è posseduto da soggetti esteri indi per cui bisogna risultare credibili ripagandolo. La mancanza di fiducia nell’Italia potrebbe costarci cara poiché i compratori dei titoli di stato richiederebbero maggiori tassi d’interesse o peggio ancora si rifiuterebbero di sottoscriverne altro.

Mi perdoneranno gli economisti per questa brutale sintesi (che esclude decine di altri fattori) ma è necessario trasmettere ai cittadini che siamo arrivati ad un punto critico in cui emettere altro debito renderebbe l’Italia sempre meno credibile e addosserebbe sulla prossima generazione gli oneri di oggi. Se un giorno il nostro paese si dichiarasse inadempiente dovremmo inginocchiarci e subire le conseguenze di essere una seconda Grecia.
Ora che abbiamo compreso la vitale importanza della sostenibilità del debito è giusto chiedersi se per queste elezioni i politici avranno adeguato le loro proposte. I partiti (al di là delle idee che in questo paper non saranno messe in discussione) propongono riforme sostenibili? Spiegano come e con che risorse intendono soddisfare le promesse mantenute? Spoiler: NO. Nessuno escluso. Ma vediamo insieme uno ad uno i programmi depositati al ministero degli interni dalle maggiori forze politiche ponendo però attenzione alla parte di spese che coprono e sulle spese che invece andrebbero ad incrementare il nostro caro amato debito pubblico.
Partirei con il primo partito nei sondaggi: Fratelli d’Italia. Il programma non è altro che una lista di voci di spesa che vanno dall’abolizione dell’IRAP (costo di 26 mld, fonte: MEF) ad agevolazioni sull’acquisto di una casa (spesa inquantificabile) alla flat tax (costo di 58 mld. Fonte: lavoce.info). Non mancano le promesse tanto generali quanto mal formate per i giovani. Il totale della spesa calcolabile secondo Costantino De Blasi (di Liberi e Oltre) si aggira sui 160-200 mld (circa il 10% del PIL). È una cifra spropositata ma giustificabile se ci fossero delle coperture. Purtroppo il fabbisogno dichiarato dal programma oltre al ricalcolo delle pensioni d’oro è inesistente.

Chi ben incominci è a metà dell’opera no? Proseguiamo con l’arcirivale Enrico Letta, leader del secondo partito italiano. Il Partito Democratico nel suo documento fa emergere una certa attenzione per le coperture, purtroppo però fa finta di non sapere che sono del tutto insufficienti per coprire il fabbisogno finanziario delle proposte scritte. Con le sue promesse vaghe e la reticenza che contraddistingue il programma il costo stimato per la sua attuazione è di 110 mld (Fonte: Liberi e Oltre). Le uniche coperture quantificabili indicate derivano dalle gare per il 5G. Utile sottolineare la proposta della riduzione dell’IRPEF del 50% per le start up. Peccato che queste non siano soggette all’imposizione IRPEF in quanto non si tratta di persone fisiche (Perciò questa spesa non è stata inclusa nel conteggio).
Cosa potrebbe mai andare peggio? La risposta è semplice: il programma del Movimento 5 Stelle. 13 pagine di elenco puntato in cui non si presenta nemmeno una voce di entrata per lo Stato. L’unica copertura segnalata è rappresentata da una non spesa, in quanto promettono di tagliare un costo futuro programmato seguendo le direttive NATO: quello per il riarmo (2,6 mld). Il totale delle spese per realizzare le promesse ammonta a 106 mld.
Due settimane prima delle elezioni il Movimento pubblica una versione estesa del programma che oltre ad inserire qualche dettaglio in più sulle proposte dice questo: (parafraso) “l’Italia ha sempre rispettato le direttive europee e per colpa del debito pregresso e delle banche che si arricchiscono oggi ci troviamo ad affrontare un debito maggiore”.
Oltre al fatto che sia falso, se queste sono le cause del rapporto debito/PIL al 152.5% allora forse vi è mancanza di cultura civica, storica e finanziaria anche nella nostra classe dirigente.

Per tornare dove “si è stati bene” è giunto il momento del programma dell’immortale Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia. Programma storico uguale in buona parte a quello del 2018. Le coperture non sono significative (spesso sono in contraddizione con il programma stesso) e non sono quantificate con nessun numero. In compenso il totale della spesa necessaria a soddisfarlo eguaglia i 108 mld (Liberi e Oltre).
Chiudendo la coalizione del cdx andiamo sul partito che merita il premio finanziamenti 2022: la Lega Salvini Premier. A sorpresa i costi del suo programma sono solo 178 mld (comprendendo i costi pluriennali derivati dalla proposta sulle infrastrutture). Inoltre risulta molto articolato nelle proposte bandiera (flat tax, decreti sicurezza ecc..) quanto altrettanto vago in tutte le altre. Ma arriviamo al punto forte: la parola “coperture” compare due volte per un risultato finale di 0 mld di introiti per lo stato, in quanto la prima volta si riferisce alle coperture agricole e la seconda alle coperture vaccinali. Sicuramente sotto l’aspetto finanziario il peggior programma della coalizione.

Dove i primi tre poli falliscono ci riuscirà il quarto? Il polo Calenda propone un programma economicamente migliore ma non per questo sufficiente. Migliore perché presenta dati e articola nel dettaglio alcune proposte molto tecniche (es: piano energetico). Insufficiente perché di fronte ad un costo di realizzazione di 52 mld le coperture certe sono 11 mld. Le coperture semi-certe (quelle derivate dal miglioramento strutturale della lotta all’evasione) potranno essere 10 mld nel 2024. Il programma è competente e tecnico ma il saldo finale rimane negativo.
Senza entrare nel dettaglio citerò solo il programma dell’Alleanza Verdi/Sinistra italiana e quello di Unione Popolare. Il primo oltre a non contenere una singola voce di entrate pubbliche presenta caratteri anti-scientifici e spese inquantificabili. Il secondo presenta un saldo negativo di 173 mld (Liberi e Oltre). Avete letto bene: SALDO.

È stata lunga ma abbiamo terminato. Le conclusioni finali sono tristi ma lapalissiane: con questi partiti e questo sistema di fare politica si può dare al cittadino, all’impresa e al giovane il contentino ma solo a discapito del bene del Paese intero. A danni del nostro futuro.
Penso che dopo questa lettura non direte più: ”I politici vanno al governo e poi sono tutti uguali, nessuno fa quello che promette” ;
ma forse a malincuore penserete: “Per fortuna anche questa volta non hanno mantenuto le cazzate promesse”.

Riccardo Negrisoli – Riforma e Progresso

L’ITALIA E’ MORTA

L’ITALIA E’ MORTA

Questi anni avrebbero potuto confermare o ribaltare il risultato. Come disse Aristotele qualche anno fa “ogni popolo ha i governanti che si merita” e Joseph de Maistre aggiunse “e anche l’opposizione”.
Purtroppo l’Italia si è confermata un paese socialmente morto; quando muore la memoria di un paese, muore la politica.
La memoria politica italiana dura quanto un suo governo. Ci ricordiamo quello che è successo ieri e poi dimentichiamo senza cogliere le ipocrisie e le contraddizioni degli attori in gioco.
Ignoriamo la complessità, viaggiamo per luoghi comuni. Ci piace il populismo perché parla alla pancia, ”in generale si fa solo alle donne in gravidanza” (#Mery per sempre, Ernia). 

Studiando il fenomeno politico odierno osserviamo che questa volontà di comprendere il complesso con slogan ha portato il dibattito pubblico su livelli effimeri. Ascoltando gli interventi in parlamento possiamo cogliere la necessità di ogni parte sociale di puntare il dito. Di trovare il capro espiatorio per ogni fallimento politico. Questo perchè è più facile. In Italia ci è sempre piaciuto giocare al chicken game: quel gioco in cui si promette, si fanno bonus a debito, si fa felice una fetta di elettorato per poi trovarsi all’angolo e dare la colpa al governo tecnico di turno che con delle magie avrebbe dovuto sistemare le finanze dello stato in un battibaleno. 

Oggi la vittima è il nostro Mario Draghi mentre Ieri erano Ciampi, Dini e Monti e domani sarà Pinco Pallino. Non importa chi, importa sapere come arriveremo a votare una classe politica che ci spingerà ancora di più sulla soglia del baratro convincendoci con le classiche promesse elettorali. Una classe politica che ha il solo scopo di vedersi il consenso aumentare. Perché se si facesse politica per il bene del paese non sarebbe rilevante una rielezione. Sarebbe rilevante circondarsi di tecnici ed esperti di ogni settore per legiferare su temi strutturalmente essenziali e con vedute di lungo periodo, lasciando per un attimo da parte l’ideologia e la riforma portabandiera del partito. Sarebbe importante creare un beneficio sociale all’intero paese e non solo alla propria categoria di elettori. Per questo l’Italia è socialmente morta.

Ci dimentichiamo inoltre che l’Italia è storicamente debole: a livello sociale siamo indietro rispetto alle più moderne democrazie, a livello economico siamo un debito per l’Europa. Eppure dentro di noi abbiamo quella punta di orgoglio nazionale che ci spinge a credere che l’Italia debba ritrovare la grandezza che naturalmente le spetta in Europa e nel mondo. Quello sfarzo e quella forza dell’impero romano da cui discendiamo. Ricorda un po’ il fascismo vero? Ricorda quel discorso di Putin prima dell’invasione. Quest’idea malata che l’Italia è stata importante e quindi dovrà essere sostenuta dall’Europa perchè le spetta di diritto. In realtà siamo morti, incapaci di ascoltare e capaci di urlare slogan. Solo slogan.
L’Italia oggi a livello economico è per l’UE too big to fail. Se andassimo in default tecnico sarebbe a rischio l’intera moneta. L’UE lo sa e i politici italiani pure. Per questo andremo avanti a rischiare, a rispettare (forse) promesse elettorali finanziate con altro debito. E noi dovremo alzare la mano e urlare “mea culpa”. Allora per una volta guardiamoci allo specchio e facciamo i politici di noi stessi. Amministriamo i nostri pensieri ed esponiamoci sulle materie che ci competono poiché non siamo tutti tuttologi come Orsini; Non siamo portatori di verità. Nessuno lo è.

Perché se ognuno esprimesse la massima potenza in un suo piccolo ambito allora la collettività potrà beneficiarne. Se tutti insieme ci diamo una mano forse in futuro avremo voce e competenze per cambiare questo paese. Ma prima bisogna cambiare mentalità ed essere disposti al sacrificio; per quest’anno è impossibile ma per chi ci crede nel 2027 ci sono gruppi di ragazzi pronti a farsi sentire come #riformaeprogresso.

Piccole cose possono fare la differenza. Io credo che l’Italia possa rialzarsi perché leggo nei giovani la voglia di farsi sentire. Facciamolo tutti insieme #riformaeprogresso

Riccardo Negrisoli – Riforma e Progresso

QUANDO DRAGHI NON C’E’ I CONSERVATORI BALLANO

QUANDO DRAGHI NON C’E’ I CONSERVATORI BALLANO

Ma è la sinistra ad accendere lo stereo

E’ ufficiale, è crisi di governo. 

Leggendo i siti delle principali testate giornalistiche e dei più noti opinionisti mi accorgo che un dubbio regna sovrano: “com’è possibile che gli esponenti dei più grandi partiti abbiano fatto una mossa del genere in un momento così difficile per l’Italia?”. Mi vengono in mente molti aggettivi per descrivere il mio stato d’animo in relazione a questa situazione: amareggiato, sconfortato, disilluso, arrabbiato. Ma certamente non sorpreso.

Penso che sia proprio questo a far capire la drammaticità della situazione: ci siamo abituati.

Ci siamo abituati ad una classe politica che cura i propri interessi e non quelli dei cittadini, che non ha una visione sul futuro del paese ma ha ben chiaro come porterà le proprie tasche a gonfiarsi e la propria sfera di influenza ad espandersi fallendo, se possibile, anche in questo.

Ci siamo abituati ad innamorarci ci chi prometteva giustizia sociale e poi si è limitato a introdurre un reddito disfunzionale, a prendere come punto di riferimento chi prometteva sicurezza e meno tasse cercando il successo sulla pelle dei più deboli e mandando il Paese in crisi da una spiaggia in riviera; ed ora, stando ai sondaggi, siamo pronti a consegnarci a chi il Ventennio non l’ha mai superato e che fa l’occhiolino a chi ancora lo ricorda con nostalgia.

Prima di mostrare come tutti gli attori coinvolti (o quasi) siano degni di rimprovero analizziamo la crisi in corso:

  • Tutto ha inizio il 14 luglio con la mancata fiducia da parte del M5S al Dl Aiuti proposto dal governo. Questo fa sì che Draghi individui una crepa nella maggioranza che lo sostiene e rassegna quindi le proprie dimissioni. Dimissioni che vengono respinte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’incoraggiamento a trovare una nuova fiducia in parlamento, il tutto viene fissato per il 20 dello stesso mese.
  • Durante la mattinata del 20 luglio, a partire dalle 10 circa, Draghi chiede ai partiti in Senato di manifestare o meno la volontà di ricostruire il patto di governo. La Lega a questo punto si sente in diritto di avanzare richieste per ricostruire il governo e chiede l’estromissione dei pentastellati mantenendo Draghi come Presidente del Consiglio.
  • Nel pomeriggio, dopo un vertice del centro-destra nella villa romana di Berlusconi, Calderoli avanza la richiesta formale di proseguire il governo senza i 5S, mentre dal centro Casini propone di proseguire il governo Draghi senza esclusioni di sorta e rinnovando la fiducia.

Draghi pone ai voti la “risoluzione Casini” che lascerebbe tutto invariato, ignorando le proposte di destra e 5S, e ottiene nuovamente la fiducia ma, con soli 95 voti a favore, perde la maggioranza (5S, Lega e Forza Italia si astengono).

  • La mattina del 21 Draghi annuncia alla Camera che rassegnerà le proprie dimissioni. E’ la fine del governo di larghe intese.

 

Analizzando la questione ci si rende conto di come le dinamiche di questa crisi siano più simili ad un campo estivo per bambini che ad un governo occidentale.

Conte ha creato i presupposti per una crisi dalla quale è uscito sconfitto (se del tutto o parzialmente sarà il tempo a dirlo) o comunque estremamente indebolito.

Salvini, pur di non perdere “l’amicizia” con i colleghi di destra ha buttato l’ultima opportunità di restare sul cavallo vincente sancendo una volta per tutte la propria subordinazione alla Meloni e forse anche la sua fine come leader della Lega.

Letta non ha particolari responsabilità nella crisi stessa ma il PD non si prospetta all’altezza per contrastare l’avanzata meloniana verso le prossime elezioni mantenendo una linea centrista che impedisce di raggiungere i voti della sinistra più convinta.

Meloni è l’unica vera vincitrice di questa crisi, la quale potrà concretizzare il proprio consenso (mai così alto) alle elezioni che a questo punto verranno anticipate al 25 settembre. Preparandosi a portare avanti uno dei programmi più anacronistici e inadeguati della scena politica italiana.

Questa crisi ci propone un’immagine chiara e allarmante di una classe politica che in un periodo davvero tragico, caratterizzato da inflazione, crisi economica e sanitaria e un inizio di recessione che prospetta scenari degni della Grecia di qualche anno fa, sacrifica le speranze di un popolo in nome dei propri giochi di potere.

Ad uscirne martoriate sono anche le proposte per i diritti civili che a fatica si sono fatte strada in questa legislatura come la coltivazione della cannabis, l’eutanasia e il riformulato ddl Zan che dovranno aspettare il nuovo governo per essere portate avanti e che, in caso di vittoria della destra, finiranno probabilmente nel dimenticatoio di Stato assieme alla transizione ecologica.

Come già detto nell’introduzione, ci siamo abituati a vedere la classe politica come un “team elitario” che mette i propri interessi avanti a tutto. Questa è però una concezione del tutto alienante di coloro che dovrebbero amministrare ciò che appartiene ai cittadini: la res publica.

Si può tranquillamente dire che quasi tutti i partiti abbiano tradito la fiducia dei propri elettori non avendo paura di dimostrarlo con costanza e dedizione.

Questo gioco politico manifesta l’oggettivazione del pericolo che l’Italia corre: non solo la classe politica non si fa scrupoli a creare grosse difficoltà al Paese senza alcun bisogno ma si dimostra inadeguata alle sfide di oggi come la crisi economica e la gestione della pandemia. Viene dunque difficile pensare che sarà in grado di affrontare le sfide del futuro prossimo di cui iniziamo ad avere i primi assaggi come la crisi climatica o la crisi idrica o le migrazioni di massa dal sud del mondo che ne conseguiranno.

Non si merita, forse, il popolo italiano di avere un’alternativa seria e competente? O almeno un’ambiente politico nel quale destra e sinistra dialoghino per fare il bene del paese e portare avanti i temi fondamentali attraverso riforme e inseguendo il progresso?

 

Massimiliano Tommasi – Riforma e Progresso

MANCANO LE DONNE IN POLITICA

Avete presente quello strano click che hai iniziato a sentire quando premevi la frizione, o il fastidio al dente che non passava più, o lo scarico della doccia sempre più lento. Capita di doversi rimboccare le maniche per sistemare un guasto, e mano a mano che provi ad aggiustarlo, addentrandoti nel meccanismo inceppato, ti accorgi che il problema è un altro più a monte e più grave, allora ti munisci di nuovi strumenti, controlli di nuovo, ma ecco che il problema è ancora più a monte e ancora più grave. 

Frustrato inizi a chiederti come hai fatto a non accorgertene prima? Ti saresti risparmiando un sacco di problemi! Sarebbe stato più facile! Invece no! Hai procrastinato, hai fatto finta di nulla e guarda un po’ cosa devi fare adesso!

Il progetto Riforma e Progresso è ancora agli inizi, sappiamo che l’unione fa la forza, così fin da subito cerchiamo di attirare il maggior numero possibile di interessati. A tal riguardo il fondatore, Giacomo, ha fatto notare un problema “che strano, siamo quasi tutti maschi”. Già, è strano, eppure gli inviti sono dispensati senza alcuna differenza, anche le nostre proposte sono per la parità di genere.

Si tratterà di una casualità statistica? come quando lanci tre volte la moneta ed esce per tre volte testa. 

Sembra di no, chiedendo in giro pare che molte altre associazioni che trattano di politica abbiano questo stesso problema.

Poi il colpo di grazia, durante una video-chiamata di gruppo il nostro ospite, un rappresentante dell’associazione Base Italia ci lancia una frecciatina <<di certo una cosa che vi distingue dagli altri partiti è che siete tutti maschi>> era un’innocente battuta ma ci ha punto sull’orgoglio. Non è questo ciò che siamo, tanto meno quello che vogliamo sembrare dall’esterno. 

Nel gruppo Telegram abbiamo a lungo discusso di questa inspiegabile maggioranza di cromosomi XY, senza però cavare un ragno dal buco. Si puntava il dito contro gli effetti diretti e indiretti del “Patriarcato”… ma quindi? Siamo una start-up politica, non un gruppo di sociologi! Abbiamo bisogno di una soluzione, non di un colpevole astratto.

La mancanza di donne all’interno di un gruppo che fa politica in un paese democratico è un problema serio. C’è chi dice che le donne vedano le cose da un altro punto di vista, che il mondo sarebbe più pacifico se ci fossero più donne, che sono più brave a prendersi cura di questo o quello. Non saprei, sarà che io sono un uomo, ma la vedo da un punto di vista molto più pratico: le donne sono metà della popolazione, sono soggette a svantaggi che non posso capire, mi sento stupido quando in un gruppo Telegram di soli uomini faccio supposizioni su perché non ci sono donne all’interno o su ciò che apprezzerebbero.

Così ho fatto due piccoli sondaggi con la mia pagina Instagram, non sarò l’ISTAT ma credo apprezzerete pure voi i risultati.

– Nella  prima storia ho introdotto il problema parlando della mia esperienza personale: 

“Sono stato in molte associazioni e ho notato che nei Grest estivi ci sono più ragazze che fanno le animatrici. Nei circoli culturali maschi e femmine si equivalgono. Invece nei circoli politici sono di più i maschi. La scarsa presenza femminile a questi ultimi mi pare strana, anche perché le ragazze sono una maggioranza nei corsi di scienze politiche”.

– Nella seconda ho lasciato una domanda aperta:

“Per risolvere questo arcano permettetemi di chiedere a voi donne una cosa. Immagino che nel vostro paese ci siano sicuramente circoli dei maggiori partiti al governo: Lega, PD, 5S, ecc.” “Perchè preferisci non farne parte? Cosa dovrebbero fare per invogliarti?”

– Nella terza ho posto un sondaggio, per capire se ciò che ho affermato nella prima storia trovava conferma tra i follower della mia pagina Instagram:

“Mi è capitato di partecipare a:

  1. Progetti/associazioni politiche
  2. Solo progetti/associazioni non politiche
  3. Sia politiche che non
  4. Nessuna associazione o progetto”

Alla domanda aperta hanno risposto solo 2 donne chiedendo politiche meno sessiste. Al sondaggio invece hanno risposto in 21 persone, ben equilibrate tra maschi e femmine. Zero voti alla prima domanda, non mi stupisce, in genere chi entra in un circolo politico è perché ha precedentemente maturato un certo spirito collaborativo in altre realtà. “Nessuna associazione o progetto” 5 voti: 1 femmina e 4 maschi, è la domanda con meno risposte, ne deduco che chi si prende la briga di rispondere ai sondaggi virtuali in genere sia attivo pure nella realtà. “Solo progetti/associazioni non politiche” hanno risposto in 9: 7 femmine, 1 maschio e 1 dal cui profilo semi vuoto non si può intendere il genere. Invece assistiamo allo scenario specularmente opposto per “Sia politiche che non”, 7 voti:  5 maschi, 1 femmina  e 1 dal cui profilo semi vuoto non si può intendere il genere.

Ossia, la scarsa partecipazione femminile nel gruppo Riforma e Progresso è il click della frizione, il click di un problema molto più serio, vasto, concreto e a lungo ignorato. Ma i mezzi digitali non possono dirmi più di ciò che già sapevo.

Faccio delle veloci interviste alle ragazze/donne che conosco, ripetendo le stesse domande che ho posto nel social e credo di averci capito qualcosa.

Scartiamo la storia del patriarcato dunque, buona per i talk show ma troppo generica e impalpabile, nessuno ha mai chiesto alle donne che ho intervistato di star lontana dalla politica, sono loro che hanno scelto di non andarci. Ok. Allora perché scelgono di non andarci? A questa domanda le risposte variano da: non ci ho pensato, nessuno mi ha mai invitato, troppo impegnativo. Ma non è nelle parole che stava la risposta, più nel tono di voce direi, un po’ sbrigativo, leggermente sorpreso, senza il minimo senso di colpa. Dalle loro risposte trapelava un “è normale che non ci partecipi”. Ecco!

Per l’ennesima volta, la risposta alla non partecipazione politica, ritengo sia la Sfiducia. Solo che nelle donne è maggiore che negli uomini, una sfiducia così opprimente e selettiva che rinunciano sistematicamente a mettersi in gioco. Lo capisco perfettamente, la politica pare incapace di generare soluzioni a misura di donna, e nessuno sano di mente si dedica ad un progetto sapendo che è qualcosa di impossibile. In questa mia interpretazione si sono riconosciute pure loro.

Dunque, se le cose stanno davvero così, ai maschietti che partecipano a progetti o associazioni politiche e vorrebbero includere più donne, consiglierei di metter da parte il sentirsi stupidi a progettare soluzioni a favore delle donne anche se non ci sono donne. Alle femminucce consiglierei di mettere da parte il tanto non cambierà nulla e iniziare a fare politica attiva (chissà, potrebbe anche piacervi). O almeno, non vedo in che modo in un sistema democratico, l’interesse di coloro che vi partecipano possa sostenere i bisogni di chi sceglie di starne fuori.

Federico – Riforma e Progresso

TI DOVREI PAGARE PER FARE POLITICA?

“Guarda quanti ladri che ci governano! I politici dovrebbero lavorare gratis o quasi!”

È una questione su cui ci si scaglia spesso, soprattutto alla luce dei vari privilegi di cui godono i nostri rappresentanti. Tuttavia la questione è molto più complessa di quanto non ci sia sembrato quelle numerose volte che ne abbiamo discusso con i nostri amici, nel pub di fiducia, dopo aver trangugiato mezzo litro di birra.

Vogliamo parlare della situazione ideale? Ovviamente la situazione ideale, complice la narrativa che ci ha influenzato fin da bambini, prevedrebbe un guru sulla montagna o un profeta nel deserto o un mago in un angusta ala del castello, che vivendo in modo spartano e isolato non possono esser corrotti dai ricchi né contaminati dai vizi del mondo. Essi dispensano saggi consigli al popolo e ai re (che in questo caso rappresentano solo il potere esecutivo, giacché attuano ciò che consiglia il grande saggio) su come bisognerebbe vivere la vita e guidare il regno. Servizio che non svolgono in cambio di una lauta paga o per un tornaconto personale (caratteristica tipica dei cattivi) ma mossi da un puro amore verso l’umanità.

 

Questa rappresentazione idilliaca, nella pratica è tanto bella quanto utopica se non addirittura insensata. Utopica perché persone così generose e completamente insensibili a qualunque lusso materiale ce ne sono davvero poche, insensata perché: se davvero tali personaggi amano così tanto l’umanità, come mai vivono separati da essa? Se vivono separati da essa, come possono conoscerla così bene da consigliare esattamente ciò di cui si ha bisogno?

Eppure non sono pochi i “sostenitori dello stipendio zero”, cittadini che andrebbero subito a votare “sì” ad un referendum per la riduzione totale degli stipendi dei nostri politici, lasciando che vivano di pura passione.

Perché la politica deve essere una vocazione, se diventa un modo di fare carriera, di racimolare della grana, allora gli opportunisti e gli egoisti inizieranno a candidarsi come sindaco, assessore, diplomatico o senatore. Non è un caso che alcuni politici siano riusciti a incontrare il favore del corpo elettorale e salire al colle, facendosi portatori di questo stesso ideale, di “rottamazione dell’inutile” o “basta con la casta”. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il referendum di settembre 2020, sul dimezzamento del numero dei parlamentari, abbia vinto proprio per il desiderio dei cittadini italiani di ridurre le spese della politica piuttosto che qualche preciso vantaggio governativo.

I “sostenitori dello stipendio zero” sono persone che, come la maggior parte degli italiani, pur lavorando duro senza concedersi alcun lusso, faticano ad arrivare a fine mese. Persone che vedono come un’ingiustizia gli stipendi stellari e i troppi privilegi dei politici (e talvolta pure dei loro parenti). E come si potrebbe dar loro torto? È oggettivo che il compito di una persona è di lavorare per guadagnarsi da vivere, come il compito di un politico è di far prosperare la propria nazione e sostenere chi la popola. Se questo non avviene, se chi lavora non riesce a mantenersi, i politici sono gli unici colpevoli. Per cui ben venga votare a favore di qualunque proposta per ridurre il più possibile i loro immeritati redditi.

Tuttavia se si approfondisce la questione con i più agguerriti tra i “sostenitori dello stipendio zero”, vi accorgerete presto che nonostante il loro voto, non la vedono davvero così. Il loro voto non si basa su un progetto alternativo di fare politica, ma si tratta dell’ennesimo voto di “vendetta”. Per fare un esempio: lo stesso che ha sostenuto la salita della novità Pentastellata in Italia o del miliardario Donald Trump negli U.S.A. <<Pur di ostacolare i soliti vecchi politici voto lui, anche se non mi riconosco particolarmente nel suo programma>>. La prematura caduta di Trump e dei 5S già dopo un solo mandato, il tempo sufficiente per diventare “come loro” ma insufficiente per realizzare il più pallido dei cambiamenti, è la prova che non si trattava di vera simpatia ma di antipatia verso “gli altri”.

Infatti i “Zero reddito ai politici”, come chiunque altro, non vogliono veramente che i loro politici patiscano la fame, ma sono a favore di una paga onesta, e come potrebbe essere altrimenti? La teoria del saggio che guida la nazione vivendo di carità funziona solo nelle fiabe. Ma nella pratica? In una nazione, cosa succederebbe se un politico lavorasse gratis?

Immaginiamo allora Gianni, Andrea e Paolo, uomini onesti che pur non venendo pagati decidono di svolgere incarichi importanti e impegnativi come quelli del politico.

Partiamo subito con la premessa che le spese di lavoro (viaggi, affitto per soggiorni all’estero, bodyguard, ecc.) siano pagati dallo stato, altrimenti i risparmi di Gianni, Andrea e Paolo al secondo viaggio intercontinentale sarebbero già a serio rischio.

Gianni, Andrea e Paolo dovrebbero comunque disporre di un grande patrimonio per poter vivere serenamente di rendita per anche un solo mandato di 5 anni. Questa situazione li porrebbe dunque ad un livello superiore rispetto allo stile di vita e ai disagi dell’italiano medio, riportandoci al problema iniziale dei rappresentanti – non rappresentativi.

Allora immaginiamo che i nostri tre eroi vivano di carità, o usando un termine più laico, di mance. A questo punto come distinguere le mance dalle mazzette? Magari dal loro importo, d’accordo, mettiamo un tetto massimo. Ma anche se così regolamentato, staremmo comunque parlando di un sistema che favorisce il clientelismo, dal momento che Gianni, Andrea e Paolo cercheranno di accontentare più spesso quelle persone che gli daranno la mancia massima, e solo quando possibile gli altri. Se invece tali mance venissero date in modo equo da tutti così da raggiungere sempre la paga massima, staremmo parlando di una tassa per pagare un reddito ai nostri politici.

La teoria del reddito zero, o della paga basata sulle mance porterebbe al governo una classe politica non rappresentativa del popolo, o persone particolarmente indifese di fronte alla corruzione.

Non funziona.

“Allora paghiamoli il giusto! Quello che si meritano!” Ma quanto è il giusto?

Quanto quello che si meritano? Nessuno lo sa. Ciò non mi stupisce.

Nel mercato un lavoro vale quanto la ricchezza che produce, quindi basterebbe calcolare quanta ricchezza ha prodotto il lavoro di Gianni, Andrea e Paolo. Il problema è che la ricchezza che producono è suscettibile di moltissimi fattori esterni, più o meno conosciuti, e spesso si tratta di una ricchezza non monetizzabile, ossia, non convertibile direttamente in denaro.

L’impossibilità di monetizzare certi lavori ci porta a dei controsensi, una baby-sitter può ricevere sugli 8l’ora, mentre una madre che segue i suoi bambini non viene pagata affatto; per non parlare del classico confronto tra lo stipendio di un calciatore e quello di un chirurgo.

Questi problemi possono esser risolti scegliendo a tavolino degli importi ideali per un certo

servizio. Ma ciò non ci è molto d’aiuto. Quanto vale per Gianni, Andrea e Paolo aver ridotto la disoccupazione del 2%? 0? 10, 100, 1000? 5000? E se scoppia una crisi in America che danneggia fortemente la nostra economia quanti soldi in meno vale? -0? -10, -100, -1000? -5000? Gianni, Andrea e Paolo decidono di costruire una centrale nucleare, stanno lavorando bene o male?

Il problema pare irrisolvibile. Il mio personale consiglio è di procedere a piccoli passi senza desiderare cambiamenti eclatanti, riflettendo su ogni più piccolo privilegio che si è accumulato col tempo. <<I nostri politici hanno bisogno di entrare gratis al cinema? E di non pagare i mezzi pubblici? Al mese il rimborso per l’affitto a quanto dovrebbe arrivare? Il presidente del Consiglio prende 6.700 euro netti, è equo?>> (Fonte dei dati tg24.sky.it)

Chissà che riflettendoci con calma non si riesca a tagliare gli eccessi, garantendo una paga degna e senza lasciare i nostri politici vulnerabili ai benefici illeciti che potrebbero promettere particolari gruppi d’interesse.

 

Federico – Riforma e Progresso

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