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L’ITALIA E’ MORTA

L’ITALIA E’ MORTA

Questi anni avrebbero potuto confermare o ribaltare il risultato. Come disse Aristotele qualche anno fa “ogni popolo ha i governanti che si merita” e Joseph de Maistre aggiunse “e anche l’opposizione”.
Purtroppo l’Italia si è confermata un paese socialmente morto; quando muore la memoria di un paese, muore la politica.
La memoria politica italiana dura quanto un suo governo. Ci ricordiamo quello che è successo ieri e poi dimentichiamo senza cogliere le ipocrisie e le contraddizioni degli attori in gioco.
Ignoriamo la complessità, viaggiamo per luoghi comuni. Ci piace il populismo perché parla alla pancia, ”in generale si fa solo alle donne in gravidanza” (#Mery per sempre, Ernia). 

Studiando il fenomeno politico odierno osserviamo che questa volontà di comprendere il complesso con slogan ha portato il dibattito pubblico su livelli effimeri. Ascoltando gli interventi in parlamento possiamo cogliere la necessità di ogni parte sociale di puntare il dito. Di trovare il capro espiatorio per ogni fallimento politico. Questo perchè è più facile. In Italia ci è sempre piaciuto giocare al chicken game: quel gioco in cui si promette, si fanno bonus a debito, si fa felice una fetta di elettorato per poi trovarsi all’angolo e dare la colpa al governo tecnico di turno che con delle magie avrebbe dovuto sistemare le finanze dello stato in un battibaleno. 

Oggi la vittima è il nostro Mario Draghi mentre Ieri erano Ciampi, Dini e Monti e domani sarà Pinco Pallino. Non importa chi, importa sapere come arriveremo a votare una classe politica che ci spingerà ancora di più sulla soglia del baratro convincendoci con le classiche promesse elettorali. Una classe politica che ha il solo scopo di vedersi il consenso aumentare. Perché se si facesse politica per il bene del paese non sarebbe rilevante una rielezione. Sarebbe rilevante circondarsi di tecnici ed esperti di ogni settore per legiferare su temi strutturalmente essenziali e con vedute di lungo periodo, lasciando per un attimo da parte l’ideologia e la riforma portabandiera del partito. Sarebbe importante creare un beneficio sociale all’intero paese e non solo alla propria categoria di elettori. Per questo l’Italia è socialmente morta.

Ci dimentichiamo inoltre che l’Italia è storicamente debole: a livello sociale siamo indietro rispetto alle più moderne democrazie, a livello economico siamo un debito per l’Europa. Eppure dentro di noi abbiamo quella punta di orgoglio nazionale che ci spinge a credere che l’Italia debba ritrovare la grandezza che naturalmente le spetta in Europa e nel mondo. Quello sfarzo e quella forza dell’impero romano da cui discendiamo. Ricorda un po’ il fascismo vero? Ricorda quel discorso di Putin prima dell’invasione. Quest’idea malata che l’Italia è stata importante e quindi dovrà essere sostenuta dall’Europa perchè le spetta di diritto. In realtà siamo morti, incapaci di ascoltare e capaci di urlare slogan. Solo slogan.
L’Italia oggi a livello economico è per l’UE too big to fail. Se andassimo in default tecnico sarebbe a rischio l’intera moneta. L’UE lo sa e i politici italiani pure. Per questo andremo avanti a rischiare, a rispettare (forse) promesse elettorali finanziate con altro debito. E noi dovremo alzare la mano e urlare “mea culpa”. Allora per una volta guardiamoci allo specchio e facciamo i politici di noi stessi. Amministriamo i nostri pensieri ed esponiamoci sulle materie che ci competono poiché non siamo tutti tuttologi come Orsini; Non siamo portatori di verità. Nessuno lo è.

Perché se ognuno esprimesse la massima potenza in un suo piccolo ambito allora la collettività potrà beneficiarne. Se tutti insieme ci diamo una mano forse in futuro avremo voce e competenze per cambiare questo paese. Ma prima bisogna cambiare mentalità ed essere disposti al sacrificio; per quest’anno è impossibile ma per chi ci crede nel 2027 ci sono gruppi di ragazzi pronti a farsi sentire come #riformaeprogresso.

Piccole cose possono fare la differenza. Io credo che l’Italia possa rialzarsi perché leggo nei giovani la voglia di farsi sentire. Facciamolo tutti insieme #riformaeprogresso

Riccardo Negrisoli – Riforma e Progresso

QUANDO DRAGHI NON C’E’ I CONSERVATORI BALLANO

QUANDO DRAGHI NON C’E’ I CONSERVATORI BALLANO

Ma è la sinistra ad accendere lo stereo

E’ ufficiale, è crisi di governo. 

Leggendo i siti delle principali testate giornalistiche e dei più noti opinionisti mi accorgo che un dubbio regna sovrano: “com’è possibile che gli esponenti dei più grandi partiti abbiano fatto una mossa del genere in un momento così difficile per l’Italia?”. Mi vengono in mente molti aggettivi per descrivere il mio stato d’animo in relazione a questa situazione: amareggiato, sconfortato, disilluso, arrabbiato. Ma certamente non sorpreso.

Penso che sia proprio questo a far capire la drammaticità della situazione: ci siamo abituati.

Ci siamo abituati ad una classe politica che cura i propri interessi e non quelli dei cittadini, che non ha una visione sul futuro del paese ma ha ben chiaro come porterà le proprie tasche a gonfiarsi e la propria sfera di influenza ad espandersi fallendo, se possibile, anche in questo.

Ci siamo abituati ad innamorarci ci chi prometteva giustizia sociale e poi si è limitato a introdurre un reddito disfunzionale, a prendere come punto di riferimento chi prometteva sicurezza e meno tasse cercando il successo sulla pelle dei più deboli e mandando il Paese in crisi da una spiaggia in riviera; ed ora, stando ai sondaggi, siamo pronti a consegnarci a chi il Ventennio non l’ha mai superato e che fa l’occhiolino a chi ancora lo ricorda con nostalgia.

Prima di mostrare come tutti gli attori coinvolti (o quasi) siano degni di rimprovero analizziamo la crisi in corso:

  • Tutto ha inizio il 14 luglio con la mancata fiducia da parte del M5S al Dl Aiuti proposto dal governo. Questo fa sì che Draghi individui una crepa nella maggioranza che lo sostiene e rassegna quindi le proprie dimissioni. Dimissioni che vengono respinte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’incoraggiamento a trovare una nuova fiducia in parlamento, il tutto viene fissato per il 20 dello stesso mese.
  • Durante la mattinata del 20 luglio, a partire dalle 10 circa, Draghi chiede ai partiti in Senato di manifestare o meno la volontà di ricostruire il patto di governo. La Lega a questo punto si sente in diritto di avanzare richieste per ricostruire il governo e chiede l’estromissione dei pentastellati mantenendo Draghi come Presidente del Consiglio.
  • Nel pomeriggio, dopo un vertice del centro-destra nella villa romana di Berlusconi, Calderoli avanza la richiesta formale di proseguire il governo senza i 5S, mentre dal centro Casini propone di proseguire il governo Draghi senza esclusioni di sorta e rinnovando la fiducia.

Draghi pone ai voti la “risoluzione Casini” che lascerebbe tutto invariato, ignorando le proposte di destra e 5S, e ottiene nuovamente la fiducia ma, con soli 95 voti a favore, perde la maggioranza (5S, Lega e Forza Italia si astengono).

  • La mattina del 21 Draghi annuncia alla Camera che rassegnerà le proprie dimissioni. E’ la fine del governo di larghe intese.

 

Analizzando la questione ci si rende conto di come le dinamiche di questa crisi siano più simili ad un campo estivo per bambini che ad un governo occidentale.

Conte ha creato i presupposti per una crisi dalla quale è uscito sconfitto (se del tutto o parzialmente sarà il tempo a dirlo) o comunque estremamente indebolito.

Salvini, pur di non perdere “l’amicizia” con i colleghi di destra ha buttato l’ultima opportunità di restare sul cavallo vincente sancendo una volta per tutte la propria subordinazione alla Meloni e forse anche la sua fine come leader della Lega.

Letta non ha particolari responsabilità nella crisi stessa ma il PD non si prospetta all’altezza per contrastare l’avanzata meloniana verso le prossime elezioni mantenendo una linea centrista che impedisce di raggiungere i voti della sinistra più convinta.

Meloni è l’unica vera vincitrice di questa crisi, la quale potrà concretizzare il proprio consenso (mai così alto) alle elezioni che a questo punto verranno anticipate al 25 settembre. Preparandosi a portare avanti uno dei programmi più anacronistici e inadeguati della scena politica italiana.

Questa crisi ci propone un’immagine chiara e allarmante di una classe politica che in un periodo davvero tragico, caratterizzato da inflazione, crisi economica e sanitaria e un inizio di recessione che prospetta scenari degni della Grecia di qualche anno fa, sacrifica le speranze di un popolo in nome dei propri giochi di potere.

Ad uscirne martoriate sono anche le proposte per i diritti civili che a fatica si sono fatte strada in questa legislatura come la coltivazione della cannabis, l’eutanasia e il riformulato ddl Zan che dovranno aspettare il nuovo governo per essere portate avanti e che, in caso di vittoria della destra, finiranno probabilmente nel dimenticatoio di Stato assieme alla transizione ecologica.

Come già detto nell’introduzione, ci siamo abituati a vedere la classe politica come un “team elitario” che mette i propri interessi avanti a tutto. Questa è però una concezione del tutto alienante di coloro che dovrebbero amministrare ciò che appartiene ai cittadini: la res publica.

Si può tranquillamente dire che quasi tutti i partiti abbiano tradito la fiducia dei propri elettori non avendo paura di dimostrarlo con costanza e dedizione.

Questo gioco politico manifesta l’oggettivazione del pericolo che l’Italia corre: non solo la classe politica non si fa scrupoli a creare grosse difficoltà al Paese senza alcun bisogno ma si dimostra inadeguata alle sfide di oggi come la crisi economica e la gestione della pandemia. Viene dunque difficile pensare che sarà in grado di affrontare le sfide del futuro prossimo di cui iniziamo ad avere i primi assaggi come la crisi climatica o la crisi idrica o le migrazioni di massa dal sud del mondo che ne conseguiranno.

Non si merita, forse, il popolo italiano di avere un’alternativa seria e competente? O almeno un’ambiente politico nel quale destra e sinistra dialoghino per fare il bene del paese e portare avanti i temi fondamentali attraverso riforme e inseguendo il progresso?

 

Massimiliano Tommasi – Riforma e Progresso

MANCANO LE DONNE IN POLITICA

Avete presente quello strano click che hai iniziato a sentire quando premevi la frizione, o il fastidio al dente che non passava più, o lo scarico della doccia sempre più lento. Capita di doversi rimboccare le maniche per sistemare un guasto, e mano a mano che provi ad aggiustarlo, addentrandoti nel meccanismo inceppato, ti accorgi che il problema è un altro più a monte e più grave, allora ti munisci di nuovi strumenti, controlli di nuovo, ma ecco che il problema è ancora più a monte e ancora più grave. 

Frustrato inizi a chiederti come hai fatto a non accorgertene prima? Ti saresti risparmiando un sacco di problemi! Sarebbe stato più facile! Invece no! Hai procrastinato, hai fatto finta di nulla e guarda un po’ cosa devi fare adesso!

Il progetto Riforma e Progresso è ancora agli inizi, sappiamo che l’unione fa la forza, così fin da subito cerchiamo di attirare il maggior numero possibile di interessati. A tal riguardo il fondatore, Giacomo, ha fatto notare un problema “che strano, siamo quasi tutti maschi”. Già, è strano, eppure gli inviti sono dispensati senza alcuna differenza, anche le nostre proposte sono per la parità di genere.

Si tratterà di una casualità statistica? come quando lanci tre volte la moneta ed esce per tre volte testa. 

Sembra di no, chiedendo in giro pare che molte altre associazioni che trattano di politica abbiano questo stesso problema.

Poi il colpo di grazia, durante una video-chiamata di gruppo il nostro ospite, un rappresentante dell’associazione Base Italia ci lancia una frecciatina <<di certo una cosa che vi distingue dagli altri partiti è che siete tutti maschi>> era un’innocente battuta ma ci ha punto sull’orgoglio. Non è questo ciò che siamo, tanto meno quello che vogliamo sembrare dall’esterno. 

Nel gruppo Telegram abbiamo a lungo discusso di questa inspiegabile maggioranza di cromosomi XY, senza però cavare un ragno dal buco. Si puntava il dito contro gli effetti diretti e indiretti del “Patriarcato”… ma quindi? Siamo una start-up politica, non un gruppo di sociologi! Abbiamo bisogno di una soluzione, non di un colpevole astratto.

La mancanza di donne all’interno di un gruppo che fa politica in un paese democratico è un problema serio. C’è chi dice che le donne vedano le cose da un altro punto di vista, che il mondo sarebbe più pacifico se ci fossero più donne, che sono più brave a prendersi cura di questo o quello. Non saprei, sarà che io sono un uomo, ma la vedo da un punto di vista molto più pratico: le donne sono metà della popolazione, sono soggette a svantaggi che non posso capire, mi sento stupido quando in un gruppo Telegram di soli uomini faccio supposizioni su perché non ci sono donne all’interno o su ciò che apprezzerebbero.

Così ho fatto due piccoli sondaggi con la mia pagina Instagram, non sarò l’ISTAT ma credo apprezzerete pure voi i risultati.

– Nella  prima storia ho introdotto il problema parlando della mia esperienza personale: 

“Sono stato in molte associazioni e ho notato che nei Grest estivi ci sono più ragazze che fanno le animatrici. Nei circoli culturali maschi e femmine si equivalgono. Invece nei circoli politici sono di più i maschi. La scarsa presenza femminile a questi ultimi mi pare strana, anche perché le ragazze sono una maggioranza nei corsi di scienze politiche”.

– Nella seconda ho lasciato una domanda aperta:

“Per risolvere questo arcano permettetemi di chiedere a voi donne una cosa. Immagino che nel vostro paese ci siano sicuramente circoli dei maggiori partiti al governo: Lega, PD, 5S, ecc.” “Perchè preferisci non farne parte? Cosa dovrebbero fare per invogliarti?”

– Nella terza ho posto un sondaggio, per capire se ciò che ho affermato nella prima storia trovava conferma tra i follower della mia pagina Instagram:

“Mi è capitato di partecipare a:

  1. Progetti/associazioni politiche
  2. Solo progetti/associazioni non politiche
  3. Sia politiche che non
  4. Nessuna associazione o progetto”

Alla domanda aperta hanno risposto solo 2 donne chiedendo politiche meno sessiste. Al sondaggio invece hanno risposto in 21 persone, ben equilibrate tra maschi e femmine. Zero voti alla prima domanda, non mi stupisce, in genere chi entra in un circolo politico è perché ha precedentemente maturato un certo spirito collaborativo in altre realtà. “Nessuna associazione o progetto” 5 voti: 1 femmina e 4 maschi, è la domanda con meno risposte, ne deduco che chi si prende la briga di rispondere ai sondaggi virtuali in genere sia attivo pure nella realtà. “Solo progetti/associazioni non politiche” hanno risposto in 9: 7 femmine, 1 maschio e 1 dal cui profilo semi vuoto non si può intendere il genere. Invece assistiamo allo scenario specularmente opposto per “Sia politiche che non”, 7 voti:  5 maschi, 1 femmina  e 1 dal cui profilo semi vuoto non si può intendere il genere.

Ossia, la scarsa partecipazione femminile nel gruppo Riforma e Progresso è il click della frizione, il click di un problema molto più serio, vasto, concreto e a lungo ignorato. Ma i mezzi digitali non possono dirmi più di ciò che già sapevo.

Faccio delle veloci interviste alle ragazze/donne che conosco, ripetendo le stesse domande che ho posto nel social e credo di averci capito qualcosa.

Scartiamo la storia del patriarcato dunque, buona per i talk show ma troppo generica e impalpabile, nessuno ha mai chiesto alle donne che ho intervistato di star lontana dalla politica, sono loro che hanno scelto di non andarci. Ok. Allora perché scelgono di non andarci? A questa domanda le risposte variano da: non ci ho pensato, nessuno mi ha mai invitato, troppo impegnativo. Ma non è nelle parole che stava la risposta, più nel tono di voce direi, un po’ sbrigativo, leggermente sorpreso, senza il minimo senso di colpa. Dalle loro risposte trapelava un “è normale che non ci partecipi”. Ecco!

Per l’ennesima volta, la risposta alla non partecipazione politica, ritengo sia la Sfiducia. Solo che nelle donne è maggiore che negli uomini, una sfiducia così opprimente e selettiva che rinunciano sistematicamente a mettersi in gioco. Lo capisco perfettamente, la politica pare incapace di generare soluzioni a misura di donna, e nessuno sano di mente si dedica ad un progetto sapendo che è qualcosa di impossibile. In questa mia interpretazione si sono riconosciute pure loro.

Dunque, se le cose stanno davvero così, ai maschietti che partecipano a progetti o associazioni politiche e vorrebbero includere più donne, consiglierei di metter da parte il sentirsi stupidi a progettare soluzioni a favore delle donne anche se non ci sono donne. Alle femminucce consiglierei di mettere da parte il tanto non cambierà nulla e iniziare a fare politica attiva (chissà, potrebbe anche piacervi). O almeno, non vedo in che modo in un sistema democratico, l’interesse di coloro che vi partecipano possa sostenere i bisogni di chi sceglie di starne fuori.

Federico – Riforma e Progresso

TI DOVREI PAGARE PER FARE POLITICA?

“Guarda quanti ladri che ci governano! I politici dovrebbero lavorare gratis o quasi!”

È una questione su cui ci si scaglia spesso, soprattutto alla luce dei vari privilegi di cui godono i nostri rappresentanti. Tuttavia la questione è molto più complessa di quanto non ci sia sembrato quelle numerose volte che ne abbiamo discusso con i nostri amici, nel pub di fiducia, dopo aver trangugiato mezzo litro di birra.

Vogliamo parlare della situazione ideale? Ovviamente la situazione ideale, complice la narrativa che ci ha influenzato fin da bambini, prevedrebbe un guru sulla montagna o un profeta nel deserto o un mago in un angusta ala del castello, che vivendo in modo spartano e isolato non possono esser corrotti dai ricchi né contaminati dai vizi del mondo. Essi dispensano saggi consigli al popolo e ai re (che in questo caso rappresentano solo il potere esecutivo, giacché attuano ciò che consiglia il grande saggio) su come bisognerebbe vivere la vita e guidare il regno. Servizio che non svolgono in cambio di una lauta paga o per un tornaconto personale (caratteristica tipica dei cattivi) ma mossi da un puro amore verso l’umanità.

 

Questa rappresentazione idilliaca, nella pratica è tanto bella quanto utopica se non addirittura insensata. Utopica perché persone così generose e completamente insensibili a qualunque lusso materiale ce ne sono davvero poche, insensata perché: se davvero tali personaggi amano così tanto l’umanità, come mai vivono separati da essa? Se vivono separati da essa, come possono conoscerla così bene da consigliare esattamente ciò di cui si ha bisogno?

Eppure non sono pochi i “sostenitori dello stipendio zero”, cittadini che andrebbero subito a votare “sì” ad un referendum per la riduzione totale degli stipendi dei nostri politici, lasciando che vivano di pura passione.

Perché la politica deve essere una vocazione, se diventa un modo di fare carriera, di racimolare della grana, allora gli opportunisti e gli egoisti inizieranno a candidarsi come sindaco, assessore, diplomatico o senatore. Non è un caso che alcuni politici siano riusciti a incontrare il favore del corpo elettorale e salire al colle, facendosi portatori di questo stesso ideale, di “rottamazione dell’inutile” o “basta con la casta”. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il referendum di settembre 2020, sul dimezzamento del numero dei parlamentari, abbia vinto proprio per il desiderio dei cittadini italiani di ridurre le spese della politica piuttosto che qualche preciso vantaggio governativo.

I “sostenitori dello stipendio zero” sono persone che, come la maggior parte degli italiani, pur lavorando duro senza concedersi alcun lusso, faticano ad arrivare a fine mese. Persone che vedono come un’ingiustizia gli stipendi stellari e i troppi privilegi dei politici (e talvolta pure dei loro parenti). E come si potrebbe dar loro torto? È oggettivo che il compito di una persona è di lavorare per guadagnarsi da vivere, come il compito di un politico è di far prosperare la propria nazione e sostenere chi la popola. Se questo non avviene, se chi lavora non riesce a mantenersi, i politici sono gli unici colpevoli. Per cui ben venga votare a favore di qualunque proposta per ridurre il più possibile i loro immeritati redditi.

Tuttavia se si approfondisce la questione con i più agguerriti tra i “sostenitori dello stipendio zero”, vi accorgerete presto che nonostante il loro voto, non la vedono davvero così. Il loro voto non si basa su un progetto alternativo di fare politica, ma si tratta dell’ennesimo voto di “vendetta”. Per fare un esempio: lo stesso che ha sostenuto la salita della novità Pentastellata in Italia o del miliardario Donald Trump negli U.S.A. <<Pur di ostacolare i soliti vecchi politici voto lui, anche se non mi riconosco particolarmente nel suo programma>>. La prematura caduta di Trump e dei 5S già dopo un solo mandato, il tempo sufficiente per diventare “come loro” ma insufficiente per realizzare il più pallido dei cambiamenti, è la prova che non si trattava di vera simpatia ma di antipatia verso “gli altri”.

Infatti i “Zero reddito ai politici”, come chiunque altro, non vogliono veramente che i loro politici patiscano la fame, ma sono a favore di una paga onesta, e come potrebbe essere altrimenti? La teoria del saggio che guida la nazione vivendo di carità funziona solo nelle fiabe. Ma nella pratica? In una nazione, cosa succederebbe se un politico lavorasse gratis?

Immaginiamo allora Gianni, Andrea e Paolo, uomini onesti che pur non venendo pagati decidono di svolgere incarichi importanti e impegnativi come quelli del politico.

Partiamo subito con la premessa che le spese di lavoro (viaggi, affitto per soggiorni all’estero, bodyguard, ecc.) siano pagati dallo stato, altrimenti i risparmi di Gianni, Andrea e Paolo al secondo viaggio intercontinentale sarebbero già a serio rischio.

Gianni, Andrea e Paolo dovrebbero comunque disporre di un grande patrimonio per poter vivere serenamente di rendita per anche un solo mandato di 5 anni. Questa situazione li porrebbe dunque ad un livello superiore rispetto allo stile di vita e ai disagi dell’italiano medio, riportandoci al problema iniziale dei rappresentanti – non rappresentativi.

Allora immaginiamo che i nostri tre eroi vivano di carità, o usando un termine più laico, di mance. A questo punto come distinguere le mance dalle mazzette? Magari dal loro importo, d’accordo, mettiamo un tetto massimo. Ma anche se così regolamentato, staremmo comunque parlando di un sistema che favorisce il clientelismo, dal momento che Gianni, Andrea e Paolo cercheranno di accontentare più spesso quelle persone che gli daranno la mancia massima, e solo quando possibile gli altri. Se invece tali mance venissero date in modo equo da tutti così da raggiungere sempre la paga massima, staremmo parlando di una tassa per pagare un reddito ai nostri politici.

La teoria del reddito zero, o della paga basata sulle mance porterebbe al governo una classe politica non rappresentativa del popolo, o persone particolarmente indifese di fronte alla corruzione.

Non funziona.

“Allora paghiamoli il giusto! Quello che si meritano!” Ma quanto è il giusto?

Quanto quello che si meritano? Nessuno lo sa. Ciò non mi stupisce.

Nel mercato un lavoro vale quanto la ricchezza che produce, quindi basterebbe calcolare quanta ricchezza ha prodotto il lavoro di Gianni, Andrea e Paolo. Il problema è che la ricchezza che producono è suscettibile di moltissimi fattori esterni, più o meno conosciuti, e spesso si tratta di una ricchezza non monetizzabile, ossia, non convertibile direttamente in denaro.

L’impossibilità di monetizzare certi lavori ci porta a dei controsensi, una baby-sitter può ricevere sugli 8l’ora, mentre una madre che segue i suoi bambini non viene pagata affatto; per non parlare del classico confronto tra lo stipendio di un calciatore e quello di un chirurgo.

Questi problemi possono esser risolti scegliendo a tavolino degli importi ideali per un certo

servizio. Ma ciò non ci è molto d’aiuto. Quanto vale per Gianni, Andrea e Paolo aver ridotto la disoccupazione del 2%? 0? 10, 100, 1000? 5000? E se scoppia una crisi in America che danneggia fortemente la nostra economia quanti soldi in meno vale? -0? -10, -100, -1000? -5000? Gianni, Andrea e Paolo decidono di costruire una centrale nucleare, stanno lavorando bene o male?

Il problema pare irrisolvibile. Il mio personale consiglio è di procedere a piccoli passi senza desiderare cambiamenti eclatanti, riflettendo su ogni più piccolo privilegio che si è accumulato col tempo. <<I nostri politici hanno bisogno di entrare gratis al cinema? E di non pagare i mezzi pubblici? Al mese il rimborso per l’affitto a quanto dovrebbe arrivare? Il presidente del Consiglio prende 6.700 euro netti, è equo?>> (Fonte dei dati tg24.sky.it)

Chissà che riflettendoci con calma non si riesca a tagliare gli eccessi, garantendo una paga degna e senza lasciare i nostri politici vulnerabili ai benefici illeciti che potrebbero promettere particolari gruppi d’interesse.

 

Federico – Riforma e Progresso

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